DIES NATALIS ovvero Buon Natale

Bentornati amici latinisti. L’appuntamento di oggi si apre con una duplice scusa: prima a voi, perché oggi non vi parlerò stricto sensu di un’espressione latina ancora in uso, ma il titolo scelto è solo un pretesto per potervi raccontare di come festeggiavano il natale i Romani; secondariamente a L’ora di religione: caro Leone non voglio certo soffiarti il lavoro, ma come sappiamo, è alla Chiesa che dobbiamo la preservazione delle vestigia dell’antica lingua di Roma perciò una sovrapposizione dei nostri settori disciplinari sarebbe stata prima o poi inevitabile.

Bene, dopo esser ponziopilaticamente messo al riparo da ogni accusa posso entrare in media res. Come tutti sappiamo la festa del Natale, canonicamente fissata al dì 25 dicembre, rievoca la nascita di Gesù a Betlemme di Giudea. Sappiamo altresì, come ci hanno sempre insegnato per ammonirci dalle lusinghe del consumismo e della «corsa al regalo», che nella soteriologia cristiana ben più importante è la settimana di Pasqua; del resto già ne danno prova le Sacre Scritture: istituzione dell’eucarestia nell’ultima cena e resurrezione di Cristo dai morti sono citati già nelle testimonianze più antiche (lettere di Paolo), a differenza della nascita di Gesù (il racconto è nei vangeli, scritti alcuni decenni dopo). Inoltre, la collocazione cronologica della Pasqua è ab orgine molto definita (sovrapposizione alla Pasqua ebraica, scansione dei giorni dal giovedì alla domenica), mentre nulla è detto sul giorno o mese della nascita di Gesù; il che ai nostri occhi appare ancora più straniante, se consideriamo che, da una parte abbiamo un Natale con una data precisa che tutti ricordano (vuoi per le ferie, vuoi per il pranzo luculliano), dall’altra una Pasqua che cambia ogni anno, da marzo fino ai primi di maggio, roba che uno non sa se farsi la settimana bianca a Campiglio o lo spring break a Riccione.

E qui sorge la domanda: perché proprio il 25 dicembre? La questione è, ça va sans dire, molto complessa, ma cercheremo di renderla semplice, di addolcire col miele l’amara medicina (100 euro del Monopoli in palio per chi indovina la citazione). La prima attestazione del 25 dicembre come giorno della nascita di Gesù è del 336 d.C., nello scritto Depositio Martyrum, perduto ma citato in un’altra opera di poco successiva, la cosiddetta ‘Cronografia del 354’. Il giorno, in vero, non pare scelto a caso puntando ad occhi chiusi il dito sul calendario, come farei io col menù del sushi che tanto mi va bene tutto. Infatti, nel coevo calendario romano pagano il 25 dicembre ricadeva la festa del Dies natalis Solis Invicti («giorno di nascita del Sole invincibile»), istituita nel 275 d.C. dall’imperatore Aureliano (regno 270-275), che importò questo culto dalla città siriaca di Emesa, a ringraziamento dell’aiuto da essa fornitogli per sconfiggere il Regno di Palmira, uno stato secessionista creatosi all’interno dei confini dell’impero sotto l’ègida dell’esotica figura della regina Zenobia. «Sole invincibile» perché siamo nei giorni del solstizio d’inverno, della notte più lunga dell’anno, dopo la quale il Sole, che quasi crediamo morto e sconfitto dalle tenebre, risorge invitto. Inutile qui stare a discutere se i cristiani hanno copiano dai pagani o viceversa, come fanno teologici e storici. Certo è che se alcune antiche comunità cristiane scelsero il 25 dicembre come data della nascita di Cristo suggestionati dalla festa pagana del Sole invincibile, non possiamo certo biasimarli: la teologia cristiana vive infatti di un’opposizione estetica e metafisica tra luce e oscurità, e della conseguente idea della manifestazione di Dio come sorgere del sole: basti qui il celebre passo del vangelo di Giovanni «Io sono la luce del mondo. Chi crede in me non cammina nelle tenebre» (Gv, 8, 12).

Dalla regia mi dicono che il team de L’ora di religione ha già contattato i suoi avvocati e le remunerazioni di noi latinisti certo non sono sì laute da poter pagare le profumate parcelle degli avvocati al soldo della chiesa perciò, per quanto riguarda il natale cristiano, meglio fermarsi qui.

Torniamo invece un attimo sul culto solare. La religione romana, per come c’insegnano a scuola, altro non appare che una declinazione in salsa laziale del pantheon olimpico greco: Zeus diventa Giove, Era diventa Giunone e via dicendo. La situazione invece è assai più articolata. In particolare, l’età tardo-antica (tra III e VI sec. d.C.) è caratterizzata dal fiorire di nuovi culti, spesso prima clandestini e poi accettati anche dall’autorità imperiale, tra cui il cristianesimo stesso, religio licita nel 313 con l’editto di Milano di Costantino e religione di stato dal 380 con l’editto di Tessalonica di Teodosio. Accanto a questa ne esistono molto altre: l’imprinting religioso di questi secoli è infatti il sincretismo, ossia la fusione di varî culti, tutti rispecchianti l’ansia soteriologica di questa epoca. E quindi abbiamo il culto solare, la religione egizia, i riti dionisiaci e il più grande rivale del cristianesimo, il culto di Mitra, anch’esso dio salvatore dell’uomo nato da una vergine.

Last but no least, i regali. Essì noi a Natale ci si scambia i regali (anzi qualcuno spieghi a mia nonna che ‘pigiama’ non è sinonimo di ‘regalo’). Indovinate? Anche questa usanza l’abbiamo ricevuta in eredità dai nostri antenati romani. Infatti, sempre a ridosso del nostro Natale, tra 17 e 23 dicembre, i Romani festeggiavano i Saturnali: in onore del dio Saturno e a rievocazione dell’antica età dell’oro, essi erano caratterizzati da alcune pratiche, tra cui il sovvertimento del normale ordine sociale (gli schiavi si comportavano da uomini liberi) e lo scambio di doni. Di questa pratica dà nobile testimonianza letteraria il poeta Marziale (40 – 104 d.C.): il libro XIII della sua raccolta poetica ha, infatti, il titolo grecizzante di Xenia («i doni per gli ospiti» dal gr. xenos) ed è dedicato proprio alla descrizione dei doni che ci si scambiavano ai Saturnali, spesso indugiando sui pensierini sgraditi di dubbio gusto. Attenti dunque amici latinisti a scegliere con oculatezza i vostri regale, altrimenti correte il rischio che i vostri amici, novelli Marziale, ve ne dicano dietro di tutti i colori in novelli Xenia, sotto forma di status di Facebook a visualizzazione protetta. Salvete et valete!

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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