Perché 120 Battiti al Minuto è un film importante

Anni 90. Parigi. AIDS. Attivismo politico.
Sgombriamo il campo da possibili equivoci: 120 Battiti al Minuto non è un film facile, di quelli che “adesso mi guardo qualcosa perché ho due ore libere e non so cosa fare“. Non è una di quelle pellicole che si fanno amare da subito, che cedono alla tipica struttura drammaturgica strappalacrime, quella un po’ consolatoria e giustamente retorica, o che piazzano scene madri, primi piani intensi, una fotografia luminosa con la Tour Eiffel sempre in secondo piano.

Siamo a Parigi, ma non sembra Parigi. Eppure è il film più squisitamente europeo, anzi francese, che vedrete quest’anno, nel senso che per quanto amiamo odiare i nostri cugini, ahimè, solo in un paese come la Francia, con quella storia e quel complesso tessuto sociale, si possono portare a compimento certe tematiche in maniera così credibile. Del resto lo capisci fin dalle prime scene che quelle (lunghe) due ore e venti che seguiranno sono quanto di più simile a un pugno in pancia.

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan (Arnaud Valois) decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione ma soprattutto vero e proprio movimento di lotta politica nato all’interno della comunità omosessuale parigina, pronto a tutto pur di rompere il silenzio sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime.
Ma al di là della trama, l’impressione è che non sia semplicemente una storia quella che il regista Robin Campillo intende raccontare. Parlare di 120 Battiti al Minuto significa parlare essenzialmente di persone. Il più grande punto di forza del film è proprio questo: ci troviamo di fronte persone, e non personaggi. Ritratti così veri, umani, fatti di carne e sangue, di energia e passione (sessuale, politica) che quando il film finisce vorresti decisamente saperne di più, e vorresti averne ancora.
I giovanissimi attori, tutti straordinari, ci trasportano di peso in una realtà mai così viva, con una messa in scena caricata da un senso estremo di urgenza, dove gioia e disperazione convivono indissolubilmente l’una con l’altra.
E la musica house, così stordente, vitale ma che in un certo senso ti obbliga anche a confrontarti con la tua solitudine, ne diventa la perfetta sintesi.
Durante la visione, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un film importante. Non necessariamente bello (anche se bellissimo lo è davvero, tanto da aver vinto il Grand Prix al Festival di Cannes 2017 ed essere selezionato per rappresentare la Francia agli Oscar 2018), ma dotato di una gravitas tale da renderlo incredibilmente necessario e attuale pur essendo ambientato quasi 30 anni fa. Parliamo di AIDS, e certamente è un tema centrale che muove tutta la pellicola, ma forse ancora di più parliamo di lotta, quella sociale e politica e quella personale. Quella contro la malattia, mostro gigantesco contro cui possiamo solo fare prevenzione e ricerca, e quella contro un Leviatano ancora più inquietante, il silenzio di quelle istituzioni (stato, case farmaceutiche, società), contro cui l’unica arma a disposizione è, appunto, lo scontro più fragoroso e incazzato possibile. Il compromesso insomma non è più la via.
Il film butta sul tavolo un tema di stringente attualità: il silenzio è morte, la conoscenza è vita, l’azione è speranza. Ed ecco che 120 Battiti al Minuto rivela il motivo per cui non è un film facile: perché ti obbliga a rispondere a una domanda scomoda. Tu cosa sei disposto a fare per cambiare il mondo?

Purtroppo per noi, il film in Italia invece di essere proiettato in tutte le scuole, come dovrebbe essere, è vietato ai minori di 14 anni: una scelta davvero becera e profondamente rivelatrice.

Il film è disponibile solo in 40 sale in tutta Italia (qui l’elenco completo): il nostro consiglio è, ovviamente, di correre a vederlo il prima possibile.

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Filodrama

Sono nato sabato grasso di Carnevale e vabbè, ho già detto tutto. Mi piacciono le montagne russe e i parchi di divertimento, la perfezione degli alberghi, le poltrone. Non mi piacciono le persone che vincono nella vita. Ho un brutto rapporto con l’entusiasmo, nel senso che non ce l’ho quasi mai e quando mi viene sarebbe meglio non averlo. Ho studiato cinema ma faccio tutt’altro, non colleziono cose simpatiche e non ho un hobby da rivendermi nelle conversazioni con la gente. Vivo a Milano, e la amo senza riserve.
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