L’armadio degli orrori ovvero tutto ciò che ho indossato da adolescente e di cui (giustamente) mi vergogno

Gelosamente custodito sotto chiave nella mia camera da letto esiste questo vaso di Pandora, nascosto sotto un tenero manto illusorio di stampe con gli orsetti che fanno un pic-nic, all’interno del quale, secondo l’antico mito, sono custoditi tutti i mali del mondo, ossia le infinite fotto scattate in analogica, fatte sviluppare e meticolosamente catalogate da mia madre, come ricordi di famiglia pronti ad esser rispolverati per il filmino simpatico al matrimonio (?). Ai più antichi cimeli che ospitano gli scatti di quand’ero ancora in fasce e con le mie grazie en plein air intento a fare il bagnetto, seguono – ahimè – i terribili anni delle scuole medie e superiori. Dopo anni di terapia e lavoro su me stesso per dimenticare, ecco risbattutemi prepotentemente in faccia le oscenità che con orgoglio sfoggiavo all’epoca. In mia difesa devo dire che sono convinto di non esser stato io l’unico povero demente che, cercando di seguire i dettami della moda (?) dell’epoca, si fece infinocchiare; anzi di certo anche molti di voi ci sono cascati.

Niente Piange

[La rassegna incomincia adesso. La lettura è sconsigliata a cardiopatici e donne in stato di gravidanza. I sacchetti per il vomito sono sotto i vostri sedili. Per non insozzare questo bellissimo blog non posterò direttamente le foto dei capi incriminati, ma un link che, a vostra discrezione e previa consultazione con il vostro medico curante, potrete aprire.]

1) Puma Mostro

Nomen omen, partiamo benissimo. Tralasciando l’assoluto non senso di indossare delle scarpe disegnate per guidare le auto da corsa quando manco avevo la patente, ma perché? Veramente vorrei proprio sapere il genio che ha stabilito che nella vita di tutti i giorni si potesse metter ‘sta roba senza passare per deficienti. Aggiungiamo poi la sicura scomodità, roba da arrivare a fine giornata tipo Giucas Casella sui carboni ardenti. Infine il ribrezzo estetico e la totale incapacità di esser abbinate con qualsiasi cosa, che sarei proprio curioso di sapere con cosa le mettevo. Ah già, con le altre merde che sto per dire.

2) Adidas Galaxy

Rimaniamo nel reparto calzature, che dà sempre tante soddisfazioni quando si è a caccia dell’orrore. Forse illuso dal nome che aveva un sapore di qualcosa di stellare, ci sono cascato. Ovviamente stiamo parlando del modello tutto bucherellato, così potevi anche illudere i tuoi genitori con abilissime argomentazioni sulla traspirazione del piede che rendeva quel modello unico e degno dell’acquisto. Per non farmi mancare nulla e avere sempre grandi possibilità di coordinamento dei colori le mie erano blu elettrico e argento, ovviamente di almeno due numeri più grandi «perché ti cresce il piede». In pratica Ronald McDonald con le babbucce di Aladin. Ottimo.

3) Prada da barca

Dopo l’ambito sporty arriva quello fashion. Perché se nella vita di tutti i giorni tra un mega tiro a canestro e un film di Spike Lee me la potevo cavare con le due soluzioni precedentemente illustrate, per le grandi occasioni si sfoggiava l’artiglieria pesante. Anche in questo caso ci troviamo davanti a delle scarpe ideate apposta per la vita cittadina in piena pianura padana e non per uno specifico uso in ambito marinaro, manco fossi il timoniere di Luna Rossa. Colore sempre facilmente abbinabile: rosso fuoco, come la faccia della vergogna.

4) T-shirt D&G

Immancabile indicatore di una serata mondana, le t-shirt D&G, rigorosamente con monogramma gigantografato e – volemose rovinà – magari pure della linea Beachwear. La scelta di questo capo trasudava opulenza, ostentazione, moda, gold-sumptuous-excess. In questo caso la repulsione della mia mente ha lavorato bene sul ricordo, tanto che non riesco ben a focalizzare i vari modelli in mio possesso. Una luce in fondo al tunnel, degli inserti rossi traforati e uno scollo generoso. E paura, tanta paura.

5) Cintura Fucking Criminal

Anche in questo caso, nomen omen. Ancora non mi spiego perché, con le credenziali anagrafiche del capo in questione, le forze dell’ordine non mi abbiano ammanettato per il reato di offesa a pubblica decenza. Forse perché, avendocela tutti, si voleva evitare un’emergenza di sovraffollamento delle carceri minorili. Sfoggiata nelle situazioni più trasgressive e birbantelle e, ovviamente, solo per fini estetici (?), dal momento che il suo ruolo di sostegno era del tutto inutile perché i jeans dovevano esser portati a vita bassissima, così da poter sfoggiare la chicchissima mutanda UOMO o Nazareno Gabrielli.

6) Cintura di cavallino

Noi tutti amiamo l’animalier, se non altro per l’uso non convenzionale che ne fece Annalisa Minetti a Sanremo, ma era davvero necessario? Scomparsa da ogni armadio maschile dopo che l’uscita di Brokeback Mountain sancì che ogni capo d’abbigliamento country era da frocio, permane ancora in qualche recondito angolo del mio, si sa mai che a un Carnevale voglia mascherarmi da Dolly Parton o Taylor Swift.

6) Maglie/Felpe della Guru

Non vi dico la gioia di quando, qualche mese fa, passeggiando per Milano, ho scoperto che quello che spero fosse l’ultimo store di questo brand rimasto aperto è stato sostituito da una gelateria. A volte – confesso – mi sveglio ancora di soprassalto in piena notte sudato fradicio dopo che quell’orrenda margherita deforme è giunta a farmi visita in sogno.

7) Jeans della Richmond

Rigorosamente googlati prima di andare ad acquistarli digitando «jeans scritta Rich sul culo» e, visto il loro prezzo, fatti riadattare da mia madre anche a pantaloni corti dopo diversi anni, nella speranza che fossi ancora disposto a dar loro un’altra chance (senza alcun successo ovviamente). Se non ricordo male li indossavo anche a scuola senza problemi, e forse ora dovrei esplicitare che ero in collegio dai preti. Unico fattore positivo: quella scritta sopra il culo mi faceva tanto sentire Marcella Bella a Sanremo con il suo Uomo Bastardo cucito in zona lombare.

Negate quanto volete, ma sappiate che nel cercare le immagini dei capi ho scoperto che internet è invaso di gente che vuole sbarazzarsene. Vi ho beccato.

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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