Carpe Diem ovvero di come goder del presente

Se prima di intraprendere la lettura di questo post ti sei domandato «ma non ci andava mica la esse davanti a carpe?» allora sei capitato nel posto giusto. Ho saggiamente deciso di dedicare questo primo appuntamento de L’ora di Latino a una delle espressioni più celebri della lingua dei nostri antenati, un po’ per ingraziarmi voi miei fortunati lettori, un po’ per metter alla prova me stesso, del resto si sa per aspera ad astra (magari su questa ci faccio il prossimo). Tutti conosciamo in linea generale il significato di questa locuzione, soprattutto dopo che è stata rilanciata in maniera dirompente sulla passerella delle citazioni ‘must have’ dal film ‘L’attimo fuggente’ (così in italiano, in inglese Dead Poets Society, 1989) dove, in un veloce passaggio, Robin Williams alias il professor John Keating ne fa menzione (chiede agli alunni se qualcuno ne conosca il significato e l’unico a rispondere è il disagiato di turno con incarnato candido forgiato dal fuoco di mille battaglie con le lampade al neon della biblioteca, soggetto col quale mi glorio di poter essere identificato).

Scena tratta da L'attimo fuggente

Armato di scalpello (forse sarebbe più il caso di adottare un martello pneumatico in questo caso) cercherò di raschiare via il quintuplo strato di miele con cui questo film ha glassato l’espressione, provando a capire il come, il dove, il perché. Un buon scrittore – dicono – non dovrebbe rivelare subito ai propri lettori come va a finire la storia perché questi, una volta saputo il succo di tante tiritere di parole, lo abbandonerebbero seduta stante per dirigersi verso nuovi lidi inesplorati e pascoli vergini. D’altra parte non anticipare proprio nulla rischia di farne perdere molti altri, sfiniti dall’attesa. Non ci resta dunque che sposare una cauta via di mezzo (in medio stat virtus!) anticipandovi qualcosa che vi faccia venir voglia di continuare. Beh siamo davanti a una delle più grandi fuffe confusioni della storia del latino dalla Fibula Praenestina a «dada tracta est» di Simona Ventura. Ma procediamo con calma.

Simona Ventura

L’espressione carpe diem fu coniata da Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. – Roma 8 a.C.), il più grande poeta lirico romano, che la impiegò nell’undicesimo componimento del primo libro dei suoi Carmina, la cosiddetta ‘ode a Leuconoe’. Eccone la mia grossolana traduzione:

Tu non chiedere, non è lecito saperlo, quale sorte a me e quale a te

Gli dèi abbiano assegnato, Leuconoe, e non scrutare le càbale

Babilonesi. Come è meglio accettare tutto ciò che verrà!

Sia che molti inverni Giove ci abbia assegnato, sia che l’ultimo sia questo,

Che ora il mare Tirreno strema contro la barriera delle scogliere;

Sii saggia, filtra il vino, e in un tempo breve

Accorcia la lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito

Il tempo avido: cogli l’attimo e del domani fidati il meno possibile.

Il poeta fornisce una serie di consigli all’ingenua ragazza (Leuconoe significa ‘dalla mente candida’) ed è piuttosto preoccupato che la fanciulla possa cadere vittima di qualche Vanna Marchi ante litteram che spaccia non i modernissimi tronchetti della felicità, bensì le più tradizionali previsioni astrologiche formulate con astrusi calcoli fatti sugli oracoli dei Caldei. Orazio però non si limita a denunciare come un Valerio Staffelli qualsiasi, ma propone una soluzione ai turbamenti della povera Leuconoe. Cara, liberati dalle preoccupazioni per il futuro perché altrimenti non te la cavi più e cerca di vivere giorno per giorno, di raccogliere (carpo è verbo tecnico per indicare chi coglie un fiore o un frutto) le piccole gioie quotidiane. Il tema è uno dei più cari a Orazio: lo scorrere inesorabile del tempo e le relative difese che l’uomo appresta per proteggersi dall’angoscia del futuro. Il messaggio è quello della filosofia epicurea, del resto il poeta stesso non aveva mancato di definirsi «Epicuri de grege porcum» (‘un maiale del gregge di Epicuro’, in Epistole, I, 40, 10), espressione con cui allude ironicamente alle proprie abitudini gaudenti, ben illustrata dalla viva voce del filosofo post moderno e pensatore eclettico Umberto Bossi.

Tuttavia l’invito a godere del presente non è semplice edonismo, come spesso si crede, né un suggerimento ad abbandonarsi ai piaceri sfrenati con relative walk of shame del giorno dopo per la Via Sacra (che, per altro, come ci dice Orazio nella Satira I, 9, è infestata di seccatori che manco ti lascerebbero da solo a poterti torturare in pace sul perché la tua one night stand non ha ancora effettuato l’accesso su WhatsApp alle 3 di pomeriggio). Il piacere è sì necessario per esorcizzare l’ansia verso un futuro incerto, ma ahimè non è la soluzione per vincere questo senso di precarietà, anzi la sua natura effimera non fa che accrescere questo turbamento. Proprio qui sta il nucleo della modernità di Orazio che, di tanto in tanto, si spoglia dei paramenti di vate e parla da uomo comune, con tutte le sue inquietudini, tanto più che il poveretto era pure un po’ nevrotico (lui, da poeta, preferisce dire che c’ha il «funestus veternus» [Epistola, I, 8, 9], ma – chiamala come vuoi – sempre paranoia rimane). Al tempo di Orazio certo non c’erano gli psicologi e l’avo di Sigmund Freud probabilmente coltivava patate intorno alla sua capanna nelle campagne dell’interland di Vindobona. Immaginando che anche oggi non esistano manualetti giallo fluo del tipo ‘happiness for dummies’, proviamo a stilare un ricettario con cui il carpe diem oraziano cerca di salvarci dalla salata parcella dell’analista:

1. Non fasciarsi la testa: per quanto il turbante sia di grande tendenza non sai quanti inverni ti ha ancora riservato Giove e continuare a chiedertelo non ti farà certo bene. Colore: verde. Pietra: giada. Numero: 0 (di ansie).

2. No Paolo Fox, Branko, Rob Brezsny, zingara Cloris. Il futuro è incerto e cercare di scrutarlo è fonte di dolore (lezione che, per mio conto, ho imparato all’età di 5 anni quando a fine novembre ebbi l’ardire di mangiare con largo anticipo e nel breve giro di 20 minuti tutti i cioccolatini del calendario dell’avvento).

3. Il vino: se non riesci a esorcizzare i turbamenti da solo, un piccolo aiutino non guasta. Unica avvertenza: niente vino di Mareia (città vicino ad Alessandria d’Egitto). Come Orazio spiega nell’Ode I, 37 Cleopatra ne andava pazza e a furia di cercare di imitare la performance di Britney Spears agli MTV Video Music Awards del 2001 in I’m Slave For You sappiamo come è andata a finire.

Britney Spears - Cleopatra

Morale della favola: limono con il/la cesso/a di turno e per sviare la bolla di scomunica da parte degli amici decido argutamente di servir loro su un piatto d’argento un bel «carpe diem» magari condito con ampi excursus sulla caducità della vita umana nel tentativo di ricondurre il misfatto nell’alveo di una joie de vivre necessaria per sopravvivere al fatale e inesauribile scorrere perenne del tempo e va tutto a posto, NO. Limitatevi a «ho fatto una cazzata» perché dietro ai volti sereni dei vostri amici che millantano un passato liceale da 4 fisso nella versione scritta «tanto poi tiravo su con la letteratura» potrebbe nascondersi un lettore de L’ora di latino.

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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