Come passare in pochi giorni da un’autodiagnosi di morte alla vita

La settimana scorsa è stata una settimana decisamente intensa. Oltre al ritorno ai ritmi consueti di lavoro, che significa fondamentalmente no more work from home (cioè work from bed), è stata per me una settimana difficile dal punto di vista clinico.

Prima però vorrei fare una premessa, anche perché mi sto rendendo conto che ultimamente amo fare premesse. Non ho mai avuto in vita mia paura dei medici, delle visite mediche e degli ospedali, anche perché ormai lavoro quotidianamente a contatto con queste realtà. Se non fosse che bisogna studiare per dieci anni (visto che dopo tre di università mi ero già abbastanza rotto), probabilmente avrei fatto il medico.

Chiusa la parentesi.

Nei giorni scorsi, forse anche perché ero un po’ demoralizzato per la mia ferita che ancora non si rimargina del tutto, mi ero autoconvinto di essere malato. Ma non di avere un semplice malanno passeggero, no. Proprio di essere sul punto di morte. E da quel momento in poi sono caduto in un vortice di negatività che mi ha portato a compiere una serie di azioni che io stesso depreco quotidianamente, ad esempio farmi l’autodiagnosi cercando informazioni su Google. Insomma, in pochi minuti mi ero convinto di avere ancora al massimo un paio di anni di vita, tanto che persino i miei genitori stavano per accettare questo tragico destino per il loro figlio unico.

Poi in realtà è bastata una visita dallo specialista, mezz’ora circa, per capire che stavo benissimo e che non stavo morendo.

Ora mi sento molto Rita Dalla Chiesa nel dare questi consigli, però davvero suggerisco, anche quando si ha il minimo dubbio, di spendere quei due soldi e andare a farsi vedere piuttosto che imparanoiarsi e entrare in stato depressivo come me. Giusto così per ricordarsi che c’è qualcuno che ha studiato per 10 anni che può darci delle risposte in tempi brevi. E questo qualcuno non siamo noi stessi, né Google.

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