Dobbiamo assolutamente parlare di Gucci

Nel gennaio 2015 Alessandro Michele viene nominato direttore creativo di tutte le collezioni Gucci e della global image del marchio. Il successo è immediato e Michele riesce nell’impresa di traghettare l’azienda in una nuova era attraverso un rebranding da manuale.

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Gucci non è nuovo a questo genere di operazioni, la più eclatante delle quali è sicuramente quella messa in piedi ai tempi di Tom Ford negli anni Novanta quando, ormai sull’orlo della bancarotta, vive una nuova età dell’oro grazie all’estetica porno chic creata con la collaborazione di Carine Roitfeld. I punti in comune sono molti e su tutti due sono le carte vincenti: lo styling e la comunicazione. Sebbene lo styling in sé sia una forma di comunicazione, per creare un’estetica potente e d’avanguardia servono altri ingredienti così da rendere desiderabile il marchio e questo Tom Ford e Carine Roitfeld l’hanno capito immediatamente.

Allo stesso modo Alessandro Michele, figlio della sua epoca, ha sfruttato i canali ormai privilegiati dalla moda: i social network. Se da un lato Tom Ford avvia collaborazioni con i fotografi più visionari, basti pensare a Mario Testino o Herb Ritts, dall’altro Alessandro Michele abbina all’immagine sulla carta stampata anche quella virtuale, rendendola complice di uno degli hype forse più potenti degli ultimi anni. Gli influencer a quel punto fanno il resto.

Questo cappello introduttivo, che in prima battuta può sembrare retorico e noioso, ci aiuta a capire la passerella di febbraio 2018 a Milano. Di primo acchito e soprattutto da profani, il gioco al Mi Piace – Non Mi Piace potrebbe risultare facile. Uno styling monumentale (ma neanche troppo se paragonato alle prime stagioni in cui Michele era direttore creativo) e un tam tam mediatico esasperante potrebbero far perdere di vista i prodotti. O semplicemente aiutarci a capire il punto di vista dello stilista.

Bene, qual è il punto di vista dello stilista?
E ancora, quando la comunicazione è troppa?
Sono domande a cui non è poi così difficile rispondere. Il punto di vista di Michele è l’estetica del neo-kitsch camuffata da ricerca storica, in cui l’ufficio stampa racconta diligentemente la favola dell’ispirazione arrivata dal Rinascimento, dal Medioevo inglese, da Firenze o da chissà dove. Ma è un punto di vista vincente perché lascia lo spettatore libero di interpretare la collezione come meglio crede, partendo da una base comune e arrivando esattamente dove ognuno vuole.

In secondo luogo, la comunicazione non è mai troppa in un’epoca, questa, in cui si fatica a trovare il bandolo della matassa del settore moda e in cui nessuno vende più il sogno. Un mercato saturo e in balìa del fast fashion ha ancora bisogno di sognare un po’. Nonostante il lusso sia ormai un concetto sconosciuto ai più, il prêt-à-porter esercita ancora un grande fascino sul pubblico e i nuovi mercati dell’Asia risultano il più grande bacino d’utenza per una moda che va sempre più verso lo streestyle. Un esempio su tutti: Balenciaga.
In conclusione, più che analizzare ogni singola uscita e giocare a fare i fashion editor, bisogna interrogarsi su cosa questo fenomeno rappresenti realmente e su quanto sia destinato a durare.
Una previsione? Più a lungo di quanto immaginiamo.

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A vent'anni adoravo Carrie Bradshaw, a trenta ho più affinità con Meredith Grey. Una coincidenza? Io non credo.
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