Feriae augusti, ovvero buone vacanze

Amici latinisti amatoriali e di professione eccoci giunti all’ultimo appuntamento di questa stagione de L’ora di latino. In allegato a questo numero potete trovare il must have dell’estate 2014: un volume delle Verrine di Cicerone cavo all’interno, dove potrete occultare a vostro piacimento l’ultimo numero di Chi con le foto esclusive della prima vacanza romantica di Gigi Buffon e Iliaria d’Amico o una copia di Tu Style per informarvi su che maglioni dovete comprare ad agosto alle svendite di Forte dei marmi per tornare in città già pronti per l’autunno o, per i più timorati, il giornale di Papa Francesco. E così il vostro vicino di ombrellone bronzo di Riace unto d’olio come la cotoletta di mia nonna si chiederà dietro le lenti dei suoi Carrera chi sia mai il suo misterioso e fascinosamente dotto dirimpettaio di sdraio, finché non si deciderà a offrirvi un (del?) Sex on the beach e scoprirlo. Poi non dite che non vi vogliamo bene.

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Appuntamento di saluti pre-vacanzieri cui noi ci si conforma (San Tommaso d’Aquino ammonisce: adaequatio rei et intellectus «adeguamento dell’intelletto alla cosa») occupandoci di Feriae Augusti, l’antenato del nostro Ferragosto. Le Feriae Augusti («vacanze di Augusto») furono istituite nell’8 a.C. dal primo imperatore romano, Ottaviano detto Augusto, titolo di cui fu insignito dal Senato nel 27 a.C. e derivante dal verbo augeo (aumentare) con duplice valore, attivo (colui che ha come mai prima aumentato la grandezza del dominio romano) e passivo (colui che è stato accresciuto dagli dei di quelle doti che lo rendono un uomo eccezionale). Da qui derivò la decisione di cambiare il nome del sesto mese dell’anno da sextilis ad augustus, così che l’imperatore ottenesse lo stesso onore concesso al suo parente Giulio Cesare, cui fu dedicato il mese di Julius (luglio). E perché non ci fosse alcuna disparità tra i due si decise di togliere un giorno al mese di febbraio e di aggiungerlo ad agosto, così che entrambi i mesi ‘imperiali’ avessero ugualmente 31 giorni.

A differenza del nostro Ferragosto, circoscritto a un solo giorno coincidente con la festività religiosa dell’Assunzione della vergine, le Feriae Augusti duravano l’intero mese, con l’intento di riunire in un unico lungo periodo di pausa una serie di ricorrenze religiose (è risaputo che nel calendario romano erano più i giorni festivi che i feriali), celebrate anche con giochi e festeggiamenti come le corse equestri, tradizione che rivive ancora oggi nel Palio dell’Assunta a Siena.

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Fatte le dovute premesse è giunto ora il momento di porci la giusta domanda: gli antichi romani andavano in vacanza? E se sì, dove? La risposta al primo quesito è sì, ma solo i ricchi. Nel periodo di massima prosperità di Roma, dal I sec. a. C. al 200 d. C., esistevano due tipi di vacanze a breve distanza per l’élite romana. Il primo era quello di recarsi in campagna: pressoché tutti i nobili romani possedevano una residenza nell’agro laziale dove ritirarsi per sfuggire alla frenesia della capitale, una villa dove convivevano un ambiente propriamente rustico, casa dei contadini che lavoravano i latifondi del padrone, e uno più elegante dove alloggiava la famiglia padronale in vacanza, dedicandosi ad attività di svago, in primis la lettura. Furono i romani dunque gli ideatori della villeggiatura. La seconda opportunità era quella di recarsi in una delle località della costa campana dei campi Flegrei, molto apprezzate per le loro acque sulfuree e sprigionanti il fascino del background culturale greco. La più illustre era Baia, potremmo dire senza esagerare l’Ibiza dell’antica Roma. Qui, in ville lussuosissime di cui le ceneri di Pompei ed Ercolano rappresentano una vivida ma pallida eco, la gioventù romana passava da una festa all’altra, abbandonandosi a una vita sessuale di eccessi.

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Il poeta Marziale (40 – 104 d. C.) in un suo epigramma dice «A Baia una donna arriva come una Penelope e ne riparte come un’Elena». Ma le testimonianze più frequenti sono quelle della letteratura censoria, dei mariti preoccupati per le proprie mogli e dei filosofi che condannano l’immoralità che lì alberga. Alla prima categoria appartiene il poeta Properzio che così esprime il proprio timore per la propria amata, Cinzia: «Lascia la corrotta Baia il prima possibile. Quella spiaggia provocherà molte separazioni. È una spiaggia ostile da sempre alle fanciulle pudiche. Morte alle acque di Baia, alla vergogna d’Amore!». Alla seconda il filosofo Seneca che così ne parla «ubriachi vaganti sulla spiaggia, baldorie di marinai, eco strepitante di musiche e altre cose che la lussuria, come sciolta dalle leggi, non soltanto commette, ma esibisce».

Esisteva poi un’altra vacanza, sta volta a lunga distanza, che si faceva una volta nella vita, la versione antica del nostro viaggio di maturità. Si tratta del Grand Tour dell’antichità, non dissimile nei suoi intenti da quello in voga tra l’élite dell’Europa continentale di XVIII e XIX secolo. Il giovane patrizio romano, terminato il suo percorso di studi, spesso iniziava un lungo viaggio a tappe che, in ossequio alla passione antiquaria della nobiltà romana tardorepubblicana e imperiale, toccava varie città dell’Italia meridionale e del mediterraneo orientale, ripercorrendo i luoghi della storia e della cultura greca: da Roma per la via Appia si giungeva a Capua (tappa obbligatoria a Capri, scelta come residenza-eremo dall’imperatore Tiberio), per poi continuare giù verso la Sicilia a visitare il Monte Etna, sede della fucina del dio Vulcano-Efesto, e di qui in Grecia, ad Atene, a passeggiare per l’Arcopoli dove operarono i grandi poeti e filosofi antichi, da Eschilo a Platone. Il pacchetto base si concludeva qui, ma i più avventurosi potevano spingersi alle coste dell’Asia Minore, visitando ad esempio il tempio di Artemide ad Efeso, il Colosso di Rodi e il Mausoleo di Alicarnasso (tre delle sette meraviglie del mondo antico), e – manco ci sarebbe da dirlo – le rovine di Troia. Ancora più chic ed esotico era giungere fino in Egitto, dove c’era Alessandria con il suo faro e la sa biblioteca, le piramidi e – perché no? – ci si poteva concedere una rilassante crociera sul Nilo.

Viaggiare però non era certo una cosa da prender sotto gamba, i pericoli infatti erano molti, in primis il brigantaggio. La presenza di un gran numero di strade carreggiabili però facilitava assai gli spostamenti. Le strade sono uno dei grandi lasciti di Roma. Nate sempre da esigenze militari, dalla necessità che l’esercito raggiungesse in fretta e senza ostacoli ogni luogo dove dominava l’aquila di Roma, esse consentirono anche un grande sviluppo degli scambi commerciali e degli spostamenti, anche a scopi turistici, da un capo all’altro dell’impero. Tra le diverse mappe stradali degli antichi romani che ci sono giunte non posso non ricordare la più famosa, la Tabula Peutingeriana. Essa costituisce l’esempio più illustre degli itineraria picta, cioè delle «mappe stradali disegnate», a differenza degli itineraria adnotata, semplici trascrizioni delle distanze in miglia tra i vari luoghi. La Tabula, che deve il suo nome all’umanista tedesco Konrad Peutinger (1465 – 1507) che un tempo ne fu il possessore, è una striscia di pergamena lunga quasi sette metri e alta 30 cm composta da 11 fogli incollati l’uno di seguito all’altro e rappresentante, con una prospettiva del tutto distorta dato il divario tra lunghezza e altezza, l’intero mondo conosciuto (in origine i fogli erano 12, è andato perduto l’ultimo contenente l’estremità occidentale, Britannia e Hispania). Essa è una copia medievale di un originale antico di controversa datazione (di certo posteriore al 328 d. C., data della fondazione di Costantinopoli che già compare) ma che, nonostante i vari aggiornamenti con introduzione di nuove città e strade, risale verosimilmente all’orbis pictus, una rappresentazione dell’ecumene commissionata dall’imperatore Augusto al suo fidato generale Agrippa.

Ecco due immagini della Tabula. Nella prima Roma, sede dell’imperatore, da cui si dipartono moltissime strade, ancora presenti oggi:

Tabula

E qui invece, completamente schiacciato in orizzontale, il tacco d’Italia:

Tacco

La scelta di questa porzione è stata doverosa, dal momento che

Vi rinnovo i miei auguri di buone vacanze. Salvete et valete!

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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