Gaga: Five Foot Two, la botte piccola e il vino buono

‘Now if you run into five foot two covered with fur / Diamond ring and all those things / Bet your life it isn’t hers’

Così canta Guy Lombardo in Has Anybody Seen My Girl? (Five Foot Two, Eyes of Blue), canzone che, insieme all’altezza di Lady Gaga (praticamente meno di 1,60 sta nana de merda) dà il nome al documentario di Netflix che segue miss Germanotta dalla creazione del suo quinto album Joanne fino all’esibizione durante l’halftime del Super Bowl lo scorso febbraio. Un titolo estremamente significativo per parlare di una donna che, nonostante la bassa statura, sia capace di dimostrarsi un gigante in tutto ciò che fa. In questa occasione però il vero artista dietro il documentario è il suo regista, Chris Moukarbel, che armato di macchina da presa rende Gaga l’oggetto del racconto piuttosto che la narratrice stessa (lei stessa ha visto per la prima volta il film soltanto durante la premiere al Toronto International Film Festival).

Ma vi avviso, qui non ho intenzione di farvi un riassunto del documentario o elencarne i momenti più significativi. Se state leggendo questo, probabilmente siete gay già ben informati su Lady Gaga, Joanne e il Superbowl. Tantomeno intendo discuterne gli aspetti più tecnici, anche perché Mourkabel è decisamente BRAVO di suo. Vorrei invece fermarmi un attimo per prestare attenzione al vero tema centrale del documentario: la resilienza dello spirito umano.

Sono state molte le critiche mosse al documentario, come che Gaga non faccia che piangere per un’ora e mezza, oppure che si ignori che Joanne arrivi in una fase di minore popolarità rispetto al solito, o ancora che le frecciatine a Madonna siano infantili e non necessarie. Citando una famosa poetessa italiana contemporanea, a me di tutte queste critiche non interessa, e non solo perché non sono d’accordo con questi punti di vista sbagliati, ma soprattutto non hanno senso all’interno del documentario in sé.


Il documentario tralascia molti punti che sarebbe potuti essere più succulenti dal punto di vista del gossip, come ad esempio i motivi della rottura del fidanzamento con Taylor Kinney, scegliendo invece quelli più significativi per la creazione di una parabola ben specifica. Attraverso la sua macchina da presa, Moukarbel ci conduce nel mondo di questo essere umano estremamente complicato, con tante responsabilità sulle spalle ma anche tanta voglia di essere felice, nonostante i problemi più o meno importanti che si ritrova ad affrontare. Il dolore per un’ennesima rottura amorosa va a unirsi con la paura di perdere una persona cara, tutto questo mentre la vita va avanti e non ci si può fermare per prendere un attimo di respiro, bloccare tutto e far finta di niente. Ma ovviamente ci sono anche le grandi soddisfazioni, i traguardi raggiunti, gli amici con cui ridere fino a stare male. Il senso del documentario si avvicina molto infatti alla dichiarazione di intenti di Gaga con Joanne: “Continuo ad avere questa visione: sto suonando in un anfiteatro e oltre gli ultimi posti c’è un campo. C’è una ragazza seduta là, in felpa e jeans. Ci sono tre bambini con lei, uno in braccio e due che le corrono attorno. Ha una sigaretta in una mano e nell’altra un bicchiere di Pinot Grigio. Indossa dei gioielli, la maggior parte sono finti ma c’è anche qualche cimelio di famiglia. Questa ragazza sta cantando ogni singola parola che canto io e si chiede com’è possibile che Lady Gaga capisca quello che prova lei. Quella ragazza sono io. È la ragazza a cui penso scrivendo Joanne”.

Certo, la vita di Lady Gaga è assolutamente fuori dal comune, non a tutti capita di trovarsi Florence Welch in salotto la mattina o che Donatella Versace passi a farci un saluto mentre ci prepariamo a cantare sotto gli occhi di milioni di persone, ma questo è poco importante. Con Five Foot Two ci viene ricordato che Joanne siamo un po’ anche noi, e che dopo un’ora e mezza di lacrime e dolori, possiamo comunque rimboccarci le maniche e conquistare il Super Bowl, uscendone più vittoriosi che mai.

Commenti via Facebook
Sebs

Sebs

Studente di cinema sardo trapiantato a Bologna. Tra i miei interessi rientrano le serie tv, le drag queen e la continua lotta contro il regime patriarcale. Rispondo anche al nome di Alaska Thunderfuck o Trixie Mattel, but you can call me Joanne.
Sebs
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: