Il Coming Out Day non serve a niente

Il Coming Out Day non serve a niente. Almeno, in un mondo ideale. Purtroppo siamo ancora molto lontani dal vivere in una società in cui non fa alcuna differenza l’identità di genere o l’orientamento sessuale e quindi sì, come il (Gay) Pride, anche il Coming Out Day serve.

Ora che mi sono contraddetto nel giro di due frasi, posso spiegarvi i motivi per cui una ricorrenza come questa ha (ancora) senso di esistere.

Il coming out (espressione da non confondere con “outing”) è la decisione di dichiarare il proprio orientamento sessuale (o identità genere). Può essere dunque un gesto importante, liberatorio per la persona che lo compie, ma allo stesso tempo può segnare un passaggio delicato e avere un forte impatto sui rapporti con familiari e conoscenti, fino a conseguenze sui rapporti lavorativi.

Il coming out non può (e non deve) quindi essere considerato un dovere o un obbligo. Ciascuno deve essere rispettato e ha il diritto di sentirsi del tutto libero di farlo (o non farlo) nei tempi e nelle modalità che preferisce. È vero, nella maggior parte dei casi “uscire dall’armadio” (traducendo l’espressione anglosassone “coming out of the closet” da cui deriva “coming out”) rappresenta un miglioramento della qualità di vita, perché permette di evitare omissioni, bugie, scuse varie e consente di trovarsi improvvisamente a vivere una vita che si è cercato di nascondere fino a poche ore prima.

Coming Out Day

È scorretto tuttavia avere un giudizio severo nei confronti di chi decide di non fare coming out. Le ragioni possono essere davvero tante e rispettabili: non tutti hanno la fortuna di vivere all’interno di famiglie, di reti relazionali, di contesti sociali e lavorativi in grado di accettare quella che viene ancora oggi percepita come “diversità”, intensa nel senso negativo di “anormalità”. Insomma, non tutti viviamo a Milano e lavoriamo da Google o nello scintillante mondo della moda e del design. Proprio per questo motivo ritengo ci sia ancora un sacco di lavoro da fare per arrivare a quel già citato “mondo ideale”.

E se questi discorsi valgono per tutte le persone “comuni”, credo sia importante sottolineare che debbano valere allo stesso modo per chi è considerato un personaggio pubblico. Anche per i cosiddetti VIP non può e non deve esistere nessun obbligo.

Non si può ovviamente negare che una dichiarazione chiara e sincera (non ambigua) sulla propria sessualità da parte di una persona che gode di visibilità ha un valore davvero enorme. Serve a mostrare a un pubblico ampio la totale normalità di una realtà che da sempre esiste e che non ha timore di continuare a farlo, alla luce del sole, anche nel mondo dello spettacolo, dell’arte, della politica, dello sport e di quel che più vi piace. Non è un obbligo, ma può essere una spinta in più che dovrebbe motivare chi è ancora indeciso se farlo o meno, proprio perché è in grado di raggiungere tantissime persone con un gesto apparentemente piccolo.

Dunque è inutile scagliarsi, a volte perfino con cattiveria, contro chi (famoso o no) non ha ancora fatto coming out. È meglio incanalare queste energie nel cercare di migliorare le condizioni e rimuovere gli ostacoli che ancora oggi frenano tantissime persone dal vivere la propria vita serenamente, alla luce del sole. È il più grosso aiuto che possiamo dare agli altri, molto meglio che cercare di far sentire in colpa chi già vive in una condizione in cui si sente già in difetto per mille altri motivi.

Il nemico non è all’interno della comunità LGBT, ma è fuori. È tra chi ancora non comprende che il Medioevo ce lo siamo lasciati alle spalle da un pezzo.

Il Coming Out Day dunque non è vero che non serve a niente, serve eccome! Serve a ricordarci, ogni anno finché esisterà, che abbiamo un obiettivo ambizioso: impegnarci affinché questa ricorrenza un giorno non avrà più senso di esistere, perché le differenze tra persone smetteranno di avere rilevanza.

Coming Out Day Troye Sivan

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