In difesa della musica pop

È il 2014 quando un’allora sconosciuta Giulia Penna, dopo essere stata scartata alle auditions di X Factor 8, disse 5 parole destinate a diventare non solo un’iconica catchphrase, ma anche e soprattutto lo spaccato di una verità attualissima e particolarmente scomoda.

L’Italia non è pronta.

Non lo è per Taco Bell, per il make up maschile, per l’adozione gay, per Laura Boldrini, ma soprattutto, non lo è per la musica pop.

Potremmo stare qui mesi a discutere su cosa significhi oggi “musica pop”, lunghe filippiche su come le etichette musicali siano sempre più intercambiabili e, di fatto, inutili. Bon Iver è pop? E Coez? È più pop Levante o Martin Garrix? Ma è inutile girarci intorno: qui stiamo parlando del pop vero, puro, onesto, quello fatto di ritornelli da cantare a squarciagola stonando, BPM elevatissimi, coreografie, estetica. Ed è qui che l’industria musicale italiana mostra tutto il suo limite.

Carly Rae Jepsen e Mozart

Un interessante articolo uscito questa estate su QUARTZ metteva in relazione la musica di Carly Rae Jepsen, uno dei pinnacoli del pop “leggero” attualmente in rotazione, con le arie di Wolfgang Amadeus Mozart: un paragone che oggi farebbe inorridire qualsiasi intellettuale italiano, ma che invece nel resto del mondo ha messo in luce due verità, per noi scomodissime.musica pop

Punto primo. La musica pop ha una legittimità culturale e qualitativa che non ha nulla da invidiare alla musica considerata “alta”. Nasce come musica per il popolo, è come tale è puro intrattenimento. Che questo avvenga suonando un clavicembalo, uno Stradivari o Pro Tools su un Macbook, la sostanza non cambia. Punto secondo. Spesso tendiamo a dimenticarlo, ma a livello compositivo la musica pop richiede incredibile talento e grandissima fatica. È più facile scrivere una hit destinata alle classifiche di tutto il mondo, o un pezzo voce e ukulele sui dolori adolescenziali? La partita è aperta. E se nel resto del mondo la musica pop contamina ogni genere (pensiamo ai duetti di Gaga con Tony Bennet o a quello che combina Miley Cyrus o anche il più basic Calvin Harris), da noi è ancora vittima di un ostracismo e di uno stigma che sembra non avere fine.

Il problema numero uno di X Factor

Il mio problema con X Factor nasce proprio in questa frattura apparentemente incolmabile tra il sentire dell’industria discografica italiana e l’idea di pop che esiste ovunque. Perché dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna alla Corea, dall’Australia all’India esistono popstar “belle e brave”, che cantano, ballano e riempiono le copertine dei giornali, mentre da noi sembra impossibile assistere alla nascita di una star di questa stoffa?

Da 11 edizioni assistiamo a un continuo dileggio di tutto quanto sia considerato minimamente leggero. Anno dopo anno, ogni tentativo di creare intrattenimento, quello vero, esuberante, pensato, esteticamente appagante, è sempre giudicato come qualcosa di impuro, di non legittimo, lontano dalla comune idea di talento. Quando Manuel Agnelli decide di mettere alla berlina un concorrente solo perché ha osato portare alle audizioni una canzone da top ten, mette in mostra in realtà tutto quello che c’è di sbagliato nell’industria musicale italiana. Quando Elio agli Home Visit elimina Angel Gabriel con la motivazione “purtroppo non so cosa fare con una persona come te“, sbarrando la strada al cantante con il potenziale più spiccatamente commerciale, r’n’b e pop, sta in realtà palesando la gravissima lacuna culturale del nostro paese.

Quell’idea vecchia, antiquata, fuori da ogni logica di mercato, che lega il talento unicamente alla bella voce, all’emozione buttata sul palco, al percorso umano e personale.

La voce non è tutto

E qui sono costretto a parlare di un altro aspetto che trovo particolarmente urgente.

So di essere impopolare in questo pensiero, ma trovo che la componente estetica sia fondamentale nella comunicazione musicale di oggi. Anche le voci migliori della nostra generazione, pensiamo ad esempio a Lady Gaga o Adele, sono dovute scendere a patti con la questione estetica. È qualcosa da cui semplicemente non si può prescindere. Eppure ancora oggi, in Italia, parlare di estetica, musica e qualità all’interno di uno stesso discorso sembra un’eresia. Anche Paola & Chiara, tra le poche che negli ultimi 20 anni hanno intrapreso un discorso estetico-musicale affilato come una lama e di appeal internazionale, non hanno trovato, almeno commercialmente, la fortuna che avrebbero meritato. E quindi cosa ci rimane?

La colpa non è certo solo di X Factor: culturalmente l’Italia è legata al bel canto, all’opera, al cantautorato militante, e oltretutto da noi manca “la scuola”, mancano i Glee Club che in America formano generazioni di artisti.

britney spears

Ma la verità rimane sotto gli occhi di tutti. Dopo 10 edizioni di X Factor in cui il pop è stato maltrattato e offeso e denigrato, il risultato si è visto: alle auditions di quest’anno si sono presentate solo tantissime copie di Ed Sheeran ed Elisa. Ed è paradossale che una qualsiasi imitatrice di Elisa venga oggi ritenuta dai giudici una proposta alternativa, potente e nuova, quando il nostro paese non vede una Britney Spears da quasi 50 anni.

E ditemi voi di cosa abbiamo più fottutamente bisogno oggi.

Commenti via Facebook

Filodrama

Sono nato sabato grasso di Carnevale e vabbè, ho già detto tutto. Mi piacciono le montagne russe e i parchi di divertimento, la perfezione degli alberghi, le poltrone. Non mi piacciono le persone che vincono nella vita. Ho un brutto rapporto con l’entusiasmo, nel senso che non ce l’ho quasi mai e quando mi viene sarebbe meglio non averlo. Ho studiato cinema ma faccio tutt’altro, non colleziono cose simpatiche e non ho un hobby da rivendermi nelle conversazioni con la gente. Vivo a Milano, e la amo senza riserve.

Latest posts by Filodrama (see all)

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: