In Extremis, ovvero delle ultime occasioni

Molti di voi avranno sperato creduto che fossi morto e che, come gli imperatori romani, il Senato avesse votato la mia apoteosi e la mia anima fosse volata in cielo in forma d’aquila per sedere accanto a Giove, ma così non è. Mi sono solo assentato il tempo di fare la punta al mio matitone metà rosso metà blu ed eccomi qui, pronto per i compiti delle vacanze. Ho deciso di dedicare l’appuntamento di oggi de L’ora di latino a un’espressione così famosa che Bruno Vespa dovrebbe farci un plastico, Alfonso Signorini darle la copertina di Chi di ferragosto e Carlo Conti invitarla come superospite a Sanremo 2015. Il caso in questione è quello della locuzione in extremis, letteralmente «nei luoghi o momenti finali». Nel suo uso attuale essa ha acquisito il valore specifico di «all’ultimo momento». La lezione potrebbe finire qui o, al massimo, potrei raccontarvi tutte le mie imprese svolte in extremis, tipo le innumerevoli volte che mio padre «porta fuori l’immondizia» e io «sì, un attimo». Stacco: io che rincorro il camion della monnezza per la via pregandolo senza successo di accogliere il mio pattume tardivo, per poi tornare a casa con la coda tra la gambe e mio padre, di misericordia vestito, pronto a perdonare la mia sbadataggine.

So che la mia vita entusiasmante vi ha già conquistato ma, ahi voi, l’excursus biografico termina qui e si ritorna sui libri. L’espressione in extremis infatti, all’interno del valore semantico generico di «nel punto finale», ospita anche quello più determinato di «nel punto finale della vita» cioè in procinto di morire. E allora mi son detto perché non parlare di qualcuna delle innumerevoli morti illustri che caratterizzano la storia e la letteratura di Roma antica? La rassegna potrebbe essere infinita e la selezione da me operata difficoltosissima perché il momento della morte è di massima importanza per gli antichi romani e, nel caso di personaggi illustri, in quanto fine di un’esistenza, gloriosa e turpe che sia stata, dev’essere specchio fedele di essa e fornirne uno spettacoloso e talvolta esagerato coronamento. Per questo motivo le pagine degli storici antichi dedicate alle morti di personaggi illustri sono tra le più lette, perché l’autore sapeva di trovarsi a descrivere un momento cruciale, che si sarebbe saldato più di altri nella mente del suo lettore, e quindi dava il meglio di sé. Per questo se mi chiedete di Pirro la prima cosa che mi viene in mente non sono gli elefanti e la battaglia di Canne, ma il fatto che sarebbe morto perché, mentre assediava Argo, una vecchia gli ha lanciato una tegola in testa.

Voci di corridoio mi hanno riferito di un provvedimento sanzionatorio contro questa rubrica ad opera del presidente della Camera Laura Boldrini per l’assenza di quote rosa e, onde evitare una condanna ai lavori socialmente utili chessò a Cesano Boscone per esempio, oggi parlerò solo di donne, ammazzate s’intende.

Il primo caso è quello di Lucrezia, figura che si colloca nella realtà mitica della storia di Roma arcaica e la cui morte è la ragione che portò alla fine del regno di Tarquino il Superbo, alla caduta della monarchia («i sette re di Roma») e all’instaurazione della repubblica nel 509 a.C. Lucrezia era moglie di Collatino, uno dei nobili generali più fidati del re Tarquinio. Mentre costoro erano impegnati nell’assedio di Ardea si divertivano di tanto in tanto a tornare all’improvviso a casa a Roma per controllare le proprie mogli, beccate ora in flagranza di adulterio, ora a ubriacarsi. Ma non Lucrezia, e lo sapeva bene suo marito Collatino che decise di portare con sé gli altri compagni, tra cui il figlio del re Sesto Tarquinio, per mostrare la condotta esemplare della moglie, che infatti era intenta a filare la lana come ogni matrona che si rispetti. Alla vista di Lucrezia Sesto Tarquinio se ne invaghisce perdutamente e, qualche giorno più tardi, si reca da lei, dove viene accolto a banchetto e invitato a passare lì la notte come ospite. Durante la notte Sesto irrompe nella camera di Lucrezia, le punta un coltello al collo obbligandola a concedersi e la casta matrona è così costretta a sacrificare il proprio onore. Il giorno successivo la povera donna invia una lettera al padre e al marito pregandoli di raggiungerla e, una volta arrivati, confessa loro quanto successo, chiedendo vendetta e promettendo di uccidersi perché incapace di vivere con tale onta. I due le fanno un discorso alla Olivia Benson in ogni puntata di Law&Order SVU «tu sei la vittima, non è colpa tua, lo prenderemo». Ma Lucrezia non ci sta e, dopo aver pronunciato il suo testamento spirituale («da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore»), sfila un coltello nascosto sotto la veste e se lo pianta nel cuore. La promessa fatta da Collatino alla moglie non andò vana e il colpevole fu catturato e ucciso.

Collatino, insieme all’amico Giunio Bruto, cacciarono il re Tarquino il Superbo e la sua stirpe da Roma, furono i primi due consoli eletti, posero fine alla monarchia (da qui in poi i Romani sempre ebbero il odio il «nomen regius» ‘il titolo di re’) dando inizio alla res publica romana.

Il secondo caso è quello di Agrippina, una delle matres Augustae (madri di imperatori) più famose, la madre di Nerone. Partiamo col dire Agrippina di per sé è un nome sfigato. La prima, Agrippina Maggiore, nipote di Augusto primo imperatore, fu mandata in esilio sull’isola di Ventotene dove morì d’inedia. La seconda, quella che interessa a noi, è Agrippina Minore, figlia di Agrippina Maggiore, sposata prima a Domizio Enobarbo, da cui ebbe il figlio Nerone, e poi all’imperatore Claudio. Donna dalla mente sottile, astuta politica e soprattutto fieramente convinta del prestigio della propria stirpe (Cersei Lannister non sei nessuno) in ci scorreva il sangue di Cesare e di Augusto, Agrippina alla morte del marito Claudio riuscì a far diventare imperatore Nerone, figlio del suo primo matrimonio. La cosa ci sconcerterà un po’ ma in realtà la prima dinastia imperiale, quella Giulio-Claudia (27 a.C. – 68 d. C.), è costantemente assicurata per via matriarcale. Sono le donne della famiglia i cui mariti o figli, anche di primo letto, vengono inglobati nella familia Augusta e assurgono alla porpora imperiale. Ma torniamo alla nostra Agrippina. Con il figlio ancora piccolo era lei a esercitare di fatto il potere ma, una volta cresciuto, Nerone divenne intollerante alla pressione materna e i rapporti tra i due s’incrinarono fino a che l’imperatore, istigato dall’amante Poppea, si decise a toglierla di mezzo. L’episodio del matricidio è narrato dallo storico Tacito (Annales, XIV, 1-13) – tra le sue pagine più belle a mio giudizio – e arriva ad assumere anche tratti comici. Il piano è geniale. Nerone si trovava a Baia (nei pressi di Napoli) per una festività, invita a cena la madre col pretesto di riconciliarsi e a fine serata la accompagna alla nave che l’avrebbe riportata alla sua villa di Lucrino. Su consiglio del liberto Aniceto Nerone aveva fatto realizzare un nave che, con uno speciale marchingegno, una volta al largo di sarebbe spaccata in due: Agrippina morta affogata per un incidente e lui ne usciva pulito. Problema: il meccanismo non funziona e la nave si incrina e basta, Agrippina e la sua ancella Acerronia vengono sbalzate il mare. La serva per esser tratta in salvo pensa bene di urlare «sono io Agrippina! Sono la madre dell’imperatore! Salvatemi!» e in tutta risposta i marinai iniziano a prenderla a remate in testa. La vera Agrippina invece, capite come stanno le cose, se ne sta zitta e nuota fino a riva, uscendone sana e salva. Agevolo diapositiva di Agrippina che approda in spiaggia.

Nerone chiaramente incazzato nero. Allora senza più mezzi termini invia alcuni suoi servi fidati alla villa di Agrippina. I pochi soldati lì di guardia disertano, i domestici fuggono e i sicari hanno via libera alla stanza da letto dove la madre dell’imperatore li accoglie illuminata da una luce fioca. Gli assassini la circondano, uno la colpisce prima con un bastone alla testa e lei, protendendo la pancia, da regina qual era, diede un ultimo ordine «colpisci il ventre che ha generato un tale mostro!». Salvete et valete sodales!

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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