La privacy è sopravvalutata

Sono profondamente convinto che la privacy sia ampiamente sopravvalutata, soprattutto nei termini in cui entra nel dibattito politico, sia nei termini in cui entra nei discorsi quotidiani.

Il problema della privacy, infatti, può essere declinato in tanti modi. Il primo è quello che è entrato nel calderone della politica e che si è concretizzato nella polemica sull’uso delle intercettazioni. Ora dirò una cosa abbastanza banale, ma che secondo me è piuttosto utile per ridimensionare la questione. Le intercettazioni riguardano principalmente uomini politici o uomini d’affari che, per un motivo o per l’altro, entrano in contatto con persone oggetto di indagine da parte della magistratura. Il comune cittadino può essere abbastanza tranquillo che non sarà mai intercettato. Io penso sempre che se intercettassero me si annoierebbero a morte, oltre a non aver nulla da nascondere. In più, sono profondamente convinto che se una persona riveste un ruolo pubblico, a fronte dei privilegi e del potere di cui gode, deve anche far fronte al dovere di maggiore trasparenza e riduzione dello spazio di privacy. Quindi questo è secondo me un problema pressoché inesistente. Cioè se ti chiami Berlusconi e nelle tue conversazioni private parli delle prestazioni delle ospiti delle tue cene eleganti, è un problema tuo, dovevi pensarci prima di diventare Presidente del Consiglio.

L’altra prospettiva da cui è possibile affrontare il discorso privacy è quello che ci riguarda più direttamente e ci coinvolge con le varie applicazioni e siti che permettono di condividere nostri dati e nostre informazioni.

Il caso emblematico è quello delle applicazioni che permettono di condividere la propria posizione (tipo Trova i miei amici di Apple o Google Latitude) o la propria presenza in un locale o in un luogo specifico (come Foursquare). Si tratta innanzitutto di applicazioni che non obbligano a condividere la propria posizione e soprattutto danno la possibilità in ogni momento di decidere che cosa condividere e con chi. Come sempre, si tratta di un problema di consapevolezza dell’uso di uno strumento. Se si mettessero da parte questi facili pregiudizi e ingiustificati timori, allora si potrebbero sfruttare al meglio i vantaggi di queste applicazioni.

Che poi, guardiamoci in faccia, in realtà a nessuno frega molto di dove siamo o di cosa facciamo, non diamoci più importanza di quella che abbiamo.

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