L’amore negli Anni ’90, like a virgin

Quando non esistevano i social network le relazioni sentimentali erano più facili da gestire, senza status ambigui da interpretare, senza geo localizzazioni da inseguire e senza foto da collezionare. Frequentare un ragazzo era essenziale, nel senso stretto del termine, ma nonostante questo io sono sempre stato un grande maestro nell’arte della paranoia. Certo, vivere senza internet era tutt’altra cosa, nel bene e nel male, ma le relazioni avevano un altro sapore. Sapevano di cellulari spenti e di SMS senza risposta, di squilli mai ricambiati e di telefonate a casa, di sguardi fugaci alla fermata dell’autobus e di incontri molesti la sera nei parcheggi. Un mondo privo di ogni suppellettile informatico ed elettronico che guastasse le già complicate vite delle persone, benvenuti nella mia adolescenza.

Da piccolo ero timido e introverso, esattamente l’opposto di quello che sono diventato una volta che l’adolescenza mi è esplosa in faccia, assieme ai brufoli. Avere sedici anni e vivere nella città di Max Pezzali non è stato facile, soprattutto per un adolescente omosessuale. Fortunatamente esisteva un’alternativa alle afose estate pavesi ed era rappresentata dalle vacanze in campeggio con la nonna, bagnati dal Mare Adriatico e ripieni di piadine romagnole. È proprio su una spiaggia di sabbia dorata e di fronte ad uno specchio d’acqua cristallino che ho incontrato il mio primo amore, dove per spiaggia dorata e mare cristallino intendo una rosticceria e per primo amore intendo un povero disgraziato che non sapeva quello a cui andava incontro. Succede che mentre sono in coda per ordinare la mia doppia porzione di lasagne alla bolognese inciampo nella vita di Alessandro: poco meno di vent’anni, moro con gli occhi verdi, fisico asciutto ma sodo. Un adone, almeno agli occhi di una bulimica sedicenne come me, che non aspettava altro che fottermi, metaforicamente parlando. Alessandro, questo è un nome di fantasia ma nemmeno tanto, viveva a Torino e nonostante i diciannove anni cercava ancora di superare la quarta superiore all’istituto tecnico industriale, aveva la patente ed una spocchia che ti mollo due ceffoni in faccia subito, ma all’epoca tutto era emozionante per me, esile ragazzino abbronzato che viveva la sua estate nemmeno fossimo a Miami, e quindi mi colpì all’istante. Fu amore quando mi chiese di giocare con lui a Street Fighter in sala giochi: io capii subito di essere attratto da lui quando mi prese per il culo perché scelsi Chun-li, lui capii subito di potermi fare qualsiasi cosa, probabilmente dalla bava alla bocca che mi accompagnava ogni qual volta mi si palesasse di fronte in campeggio. Dal nostro primo dialogo, costituito dalle frasi “Vuoi giocare?” e “Vincere con te è una cazzata”, passarono un paio di giorni quando finalmente ci fu il primo approccio. Una sera, particolarmente fredda, mentre andavo dal tabaccaio a comprare le sigarette per mia nonna, mi scoppiò un temporale in testa e guess what, ad agosto non vai in giro con l’ombrello. Lui, che invece stava rientrando dalla spiaggia, mi raggiunse e mi offrì un posto sotto il suo telo. Il profumo di salsedine, i fulmini che illuminavano a giorno, la sua voglia di ficcarlo in ogni buco, non so cosa sia stato esattamente ma mi propose di farci un giro in pineta prima di tornare in campeggio. Inutile dire che per me fu come aver vinto al Lotto, e in quattro e quattrotto ci ritrovammo in pineta a limonare sotto l’acqua di un temporale estivo. Se Gabriele D’Annunzio ci avesse visto avrebbe sicuramente composto un’ode in nostro onore, invece il nostro unico spettatore fu un marocchino che voleva venderci del fumo. Rientrati in campeggio io avevo già in mente il colore delle bomboniere mentre lui probabilmente pensava solo alla maniera più carina to put his love inside me.

– “Andiamo nella mia roulotte, i miei sono fuori.”
– “A fare che cosa?”
– “A fare l’amore!”

Povero piccolo Fabry, così magro e così ingenuo dal credere che un diciannovenne sedicente etero volesse fare l’amore quando il suo unico scopo era quello di sfogare tutte le sue frustrazioni sessuali. Eppure, nonostante il cervello mi dicesse di non levarmi le mutande, in men che non so dica mi ritrovai con i suoi gioielli di famiglia in mano.

– “E adesso cosa ci faccio?”
– “Fai finta sia un calippo alla Coca-Cola.”

Scoprii di avere un talento sul quale non mi dilungherò in parole futili perché credo che tutti abbiano capito di cosa si parli, quello che ci tengo a raccontare è altro. Mentre goffamente, ma con grande risultato, mangiavo il mio calippo, oltre a sentirmi la Moana Pozzi della Bassa, il mio partner mi sollevò e mi sbatté per terra. Ho imparato negli anni che fare sesso ovunque è bellissimo, e nelle prossime puntate ve ne darò dimostrazione, ma la prima volta farsi scopare per terra non è esattamente il massimo. Ricordo di averlo sentito armeggiare prima di cercare un accesso, in altre parole si stava mettendo un preservativo, e ricordo soprattutto il dolore che mi salì su per la schiena quando quell’infame cercò di far entrare una zucchina nella serratura di una porta. Nonostante la fisiologia ci fosse avversa ci riuscimmo: dopo quattro minuti netti di dentro e fuori il mio fidanzato venne, lasciandomi inerme con il segno del tappetino disegnato sul petto. Uno shock al quale ne seguirono altri nelle due settimane successive, ma decisamente di più successo. Era fatta, mi vedevo già nel nostro bilocale in centro a distribuire ordini alla filippina delle pulizie mentre lui tornava da lavoro con un mazzo di fiori freschi ogni giorno. La realtà però era decisamente diversa: le ferie dei suoi genitori finirono e lui tornò a Torino una domenica mattina all’alba senza lasciarmi uno straccio di numero di telefono, un indirizzo, una maniera per rivederlo. Mi aveva lasciato solo con i miei ricordi recenti pieni di felicità, ignaro di quello che sarebbe successo poi. Finì l’estate e io tornai dai miei amici in città come Napoleone dopo aver conquistato l’Europa. Passai gli ultimi pomeriggi prima della scuola a raccontare di essere diventato grande, di avere un fidanzato a Torino che mi amava, di essere cambiato dopo aver perso la verginità. Per fortuna una saggia amica mi fece fare un bagno di realismo insinuando in me il dubbio che a questo Alessandro gliene fregasse meno di zero visto che non mi aveva lasciato un numero di telefono e non mi aveva neanche avvertito della sua partenza. Io, che come un coglione aspettavo sue notizie nemmeno fosse l’Arcangelo Gabriele, mi convinsi lentamente e alla fine cedetti ai ragionamenti della mia amica. Avevo bisogno di un confronto, lo dovevo vedere, dovevo guardarlo negli occhi e dirgli che lo amavo. Ma come rintracciare un ragazzo di Torino nel 1998 avendo solo il nome e cognome? Nonostante la Hunziker non avesse ancora inventato il reato di stalking, il piccolo Fabry sapeva già come procedere: chiamai in campeggio, dove mi conoscevano tutti e avevano grande simpatia per me, e chiesi alla tizia polacca della reception di darmi l’indirizzo del mio amante. Giustificai questa richiesta con “Ha dimenticato l’orologio e voglio spedirglielo.” Ad Agniezka il concetto di privacy era totalmente sconosciuto e ci mise poco a darmi il recapito. Francesca, una mia carissima amica, organizzò per me la spedizione: ci volevano dei soldi per comprare il biglietto del treno, qualcosa da tenerci in tasca e una scusa per saltare la scuola al terzo giorno. Francesca provvedette a recuperare quarantamila lire dal bancomat di sua madre mentre io annunciai a mio padre di dover partecipare ad un non meglio precisato sciopero per la pace. Mio padre, che non era affatto uno stupido, si domandò contro quale guerra volessi manifestare: “Contro tutte papi, contro tutte le guerre del mondo.” Fortunatamente mia madre mi promise di firmarmi la giustificazione per motivi personali quindi io e la mia amica potemmo partire per Torino muniti di cartina Michelin presa in prestito alla bibioleteca comunale e che ora che ci penso credo di dover ancora restituire, dettagli.

Torino non fu clemente con me e ancora prima di arrivare sotto casa di Alessandro lo trovai in un parchetto intento a limonare una tabbozza con le Buffalo verdi fosforescenti. In lacrime, e con la dignità di una vera DONNAMERDA, mi precipitai a mollargli un ceffone in faccia perché va bene tutto ma ho comunque origini slave e si sa che gli slavi je menano. Trascinato a casa dalla mia amica, messa in castigo un mese per aver non solo bigiato ma aver anche svalicato il confine del centro storico di Pavia, non mi restava che trovare delle versioni alternative a tutta la faccenda per assopire il pensiero di essere stato inculato, pensiero che si era fatto spazio nella mia testa. Pensai di non essere degno di lui, di essere stato uno stupido a concedermi con così tanta facilità, pensai poi che avrei dovuto ripagare qualcuno con la stessa moneta per bilanciare l’Universo. Piangevo in continuazione e non mangiavo, cosa del tutto sospetta, e mio padre, che aveva già capito tutto all’epoca, per porre fine allo strazio mi regalò un cellulare. Una cabina telefonica più che un cellulare, ma quella conquista sociale mi fece presto dimenticare le pene d’amore e aprì le porte al mio amore numero due di cui parleremo la prossima settimana.

Alessandro, che mi ha logicamente bloccato su Facebook appena gli ho chiesto l’amicizia, vive sempre a Torino e fa il tornitore in FIAT. È sposato e ha una bambina di otto anni e una moglie calabrese grassa come un’otaria. Condivide post del Movimento Cinque Stelle e ancora non sa che dietro la Donatella tra i suoi amici si cela il sottoscritto, ma questa è un’altra storia.

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Fabry

Livelli di egocentrismo da denuncia penale. Sto zitto solo quando dormo e ascolto solo quando si parla di me.
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