Lotta contro HIV e AIDS: le cose importanti da sapere

Nel lontano 1987 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha deciso di proclamare il primo dicembre come giornata mondiale della lotta contro L’HIV/AIDS.  Ricordiamoci: è la giornata per la lotta all’HIV/AIDS e non la giornata dell’HIV/AIDS; non è la sua giornata, non è la Festa della Mamma, non c’è nulla di favoloso da festeggiare.

Lotta contro HIV AIDS

Ed è importante parlarne sempre, a prescindere dalle ricorrenze. Ecco perché abbiamo deciso di tornare sull’argomento a distanza di qualche giorno dal World Aids Day.

Dal 1981, anno in cui possiamo approssimativamente indicare la comparsa della malattia, fra i primissimi casi di letteratura scientifica (Epicentro) l’HIV/AIDS ha sempre fatto più parlare di sé, prima tacitamente, come esclusiva degli omosessuali, poi come fenomeno endemico mondiale, a partire dal momento in cui si registrarono i primi casi di pazienti malati con orientamento sessuale di tipo eterosessuale.

È dall’annoso stigma “malattia degli omosessuali” che vorrei abbozzare un’analisi sulla comunicazione che si muove dietro alla lotta all’HIV/AID. Vorrei riproporvi, così, le classiche domande, un po’ bigotte, che spesso vengono proposte a noi attivisti e sulle quali è bene fermarsi a riflettere, provando a rispondere senza quella supponenza che molto spesso solo noi attivisti riusciamo ad avere.

“Anche i dati ci riportano che i maschi omosessuali contraggono di più il virus rispetto agli eterosessuali; perché fingere che non sia così?”

È vero, la contrazione di HIV in maschi omosessuali è maggiore che in quelli eterosessuali (OMS, 2016), tuttavia i dati cambiano a seconda del continente che prendiamo in considerazione e con loro anche lo stigma sociale. Nei Paesi africani, ad esempio, la categoria con maggior incidenza di HIV/AIDS, è quella delle donne eterosessuali; possiamo infatti constatare come nei paesi africani lo stereotipo legato a questa patologia faccia riferimento a “donne promiscue” quanto più che a uomini.

Tuttavia oltre i dati c’è da considerare come la definizione di una comunicazione incentrata sulle “categorie a rischio” quale la MsM, abbia portato solo a una sottolineatura dello stigma nei confronti della comunità LGBTI.

Ancora oggi molte campagne comunicative di prevenzione tendono a riportare quali siano le “categorie a rischio di trasmissione del virus” come i tossicodipendenti o gli  omosessuali, ignorando l’amplificazione degli stigmi sociali che comporta. Inoltre è necessario sottolineare come questa comunicazione si configuri, anche, come poco efficace.

Immaginiamo, dunque, di essere una donna eterosessuale che legge un volantino riguardante le categorie a rischio di trasmissione e contrazione dell’HIV; possiamo presumere che questa, non sentendosi chiamata in causa, come categoria, percepirà un minor rischio di contrazione rispetto ad un uomo omosessuale. Ecco perché parlare di comportamenti a rischio risulta come più immediato ed efficace, oltre che non pregiudizievole.

Banana Condom

“Quindi è sufficiente il controllo dell’HIV?”

Ecco la domanda, innocua quanto legittima che dimostra tutte le limitazioni di questa lotta. Il focus posto sull’AIDS dalle campagne di prevenzione ha creato una comunità di responsabili irresponsabili; ovvero di persone che ogni anno si sottopongono al test dell’HIV (gratuito) e che non si sottopongono ai test per le altre MTS (a pagamento e dietro impegnativa del medico di base).

I nostri consigli per rapporti sicuri

Per tutta risposta l’anno scorso un picco endemico di Sifilide ci ha ricordato che la prevenzione va ben oltre un test anonimo e che probabilmente l’HIV non è l’unico mostro dal quale stare attenti.

Da sempre il cammino della sindrome da immunodeficienza acquisita è stato un passo a due fra la malattia e lo stigma sociale. Come un mostro a due teste, l’AIDS ha divorato generazioni di persone; tanto più lo stigma si fortificava, tanto più cresceva la malattia e viceversa.

Ecco che la lotta di noi attivisti è divenuta un combattimento su due fronti: da un lato si combatte la malattia e tutti i comportamenti che possano causare la trasmissione del virus, dall’altra è necessario supportare le persone che convivono con l’AIDS o con il virus dell’HIV.

Rispetto al primo obiettivo, dunque, è necessario elencare e descrivere un quadro della malattia quanto più reale e quindi temibile. Non saremmo credibili se invitassimo all’utilizzo del condom con la semplice convinzione che la contrazione del virus dell’HIV non comporti chissà quali problemi.

“Se faceste capire che la vita con l’HIV è bruttissima probabilmente molte più persone starebbero più attente.”

Nelle campagne di prevenzione viene dato un ampio spazio (ma forse non abbastanza) anche nel delineare come il contagio dell’HIV, ad oggi, non comporti una situazione così invivibile. Probabilmente se delineassimo solo l’enorme negatività che ruota attorno alla contrazione del virus potremmo ottenere risultati diversi; tuttavia sappiamo che l’allarmismo talvolta provoca solo movimenti disordinati.

Inoltre c’è da considerare il secondo obiettivo della nostra lotta: eliminare lo stigma sociale che ruota attorno alle persone che vivono con l’HIV o con l’AIDS. Nonostante oggi convivere con il virus significhi vivere una vita, più o meno nella norma, dobbiamo ancora fare i conti con una società che etichetta questa categoria come quella degli “untori” da isolare e con cui non condividere nemmeno un bicchiere.

Lotta contro HIV e AIDS

“Ma se dite che ormai le persone con HIV che seguono la terapia hanno una vita del tutto normale, perché uno dovrebbe stare poi così attento?”

La comunicazione a volte sembra contraddittoria: allertiamo le persone dal rischio di contrazione, ma allo stesso tempo non ne delineiamo una condizione irreparabile. Ma in che modo proteggeremmo le persone sieropositive se delineassimo un quadro catastrofico della contrazione del virus? Se non evidenziassimo anche i progressi della medicina che ha reso la vita di una persona con HIV, decisamente tollerabili e normali, staremmo ancora facendo attivismo?

Se da un lato parlare solamente della malattia può portare ad una maggiore influenza nell’esecuzione delle pratiche di sesso sicuro (e questo non è accertato), dall’altro rischiamo di dimenticarci delle persone che hanno già contratto il virus e che meritano una vita sana e felice, quanto più possibilmente lontano dai pregiudizi.

Ecco l’aspetto difficile di una battaglia con un mostro a due teste: non sai mai quanto calibrare i colpi dall’una e dall’altra parte. E così la comunicazione non sa mai quanto sbilanciarsi dall’una e dall’altra parte.

Ma abbiamo davvero bisogno di prospettare un irrealistico catastrofismo per combattere qualcosa?  E poi, l’informazione, deve necessariamente individuare un capo espiatorio da aggredire per poter essere efficace? Forse una vera rivoluzione della comunicazione potrebbe essere semplicemente quella di abituare l’utenza alla verità: raggiungendo lo scopo senza sparare contro questa o quella vittima sacrificale.


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Federico, Fede_dbb perché non sono in grado di inventare Nickname fighi e accattivanti.
Studio e scrivo per passione, interagisco per dovere.
Sfilo la Pen-Drive senza rimozione sicura perché mi piacciono le emozioni forti.
Guardo il mondo dai miei 1,67 metri, inizio frasi che chiudo subito perché ho paura di come vadano a finire le cose troppo lunghe.
Dottore in Psicologia, speaker e attivista lgbti ma il mio unico vero lavoro è accumulare like su IG.
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