Mens sana in corpore sano

Bentornati amici latinisti. Ormai non arridono più alle nostre piagge il tenero Favonio e il placido Austro ma ci coprono minacciosi cirri e già le prime nevi imbiancano il Soratte, ma al mutare delle stagioni non muta il nostro intento edificante. In questo nuovo appuntamento ho deciso di parlarvi di Mens sana in corpore sano. Per portare a compimento l’arduo ufficio mi farò aiutare dall’ultimo grande colossal della cinematografia italiana, The Lady, della regista visionaria Lory del Santo.

L’uso attuale che si fa di questa locuzione vuole indicare che, per avere buone facoltà intellettive (mens sana), è necessario associarle a un’altrettanto buona salute fisica (corpore sano).

Come spesso ci già è capitato di vedere, anche in questo caso l’interpretazione moderna è diversa dell’autentico significato antico dell’espressione. Essa compare in una satira del poeta latino Giovenale (60 – 127 d.C.), all’interno di una preghiera:

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano (Sat. X, 356)

«Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano»

Il contesto, come vedete, è puramente ottativo. In questa satira (un genere letterario squisitamente latino imperniato sullo sbeffeggio della communis opinio e sulla denuncia dei malcostumi) il poeta condanna i desideri effimeri dell’uomo, come fama e ricchezza, che, lungi dal risolvere i problemi della vita, anzi ne sono spesso i maggiori responsabili. Al contrario, le uniche cose a cui l’uomo deve aspirare e per cui deve pregare gli dèi sono la lucidità mentale (mens sana) e la salute (corpore sano). Dunque le due cose non vanno di necessità insieme, come suggerisce l’uso moderno (anche perchè se così fosse, voglio dire dateci anche gli unicorni a ‘sto punto), anzi la loro conciliazione è rara e per ottenerla bisogna chiedere aiuto agli dèi. Questa idea rientra in una più ampia visione di matrice orfica (prima) e platonica (poi), ossia quella del dualismo tra corpo e anima, che verrà superata solamente e con fatica dal cristianesimo, la cui escatologia prevede la resurrezione dei morti, anima e corpo.

Per gli antichi romani la cura del corpo consiste primariamente non nell’attività sportiva, anzi il costume greco delle gare ginniche con gli atleti tutti ignudi era guardato con un certo disprezzo, ma in quella che potremmo definire la toeletta.

Il momento della giornata preferibilmente dedicato a questa attività era il pomeriggio, mentre alla mattina, prima di uscire di casa, ci si limitava a lavarsi la faccia e i denti, sfregandoli (defricare) con una polvere (dentifricium) di bicarbonato di sodio (i più ricchi ne usavano un’altra fatta con elementi meno facilmente reperibili, tipo cenere di testa di lepre o d’asina).

Il clou della toeletta maschile riguardava un tema molto scottante ancora oggi, la barba. Andare dal barbiere (tonsor) era un’abitudine quasi quotidiana (nessuno si radeva da solo) e le loro botteghe erano dei veri luoghi d’incontro e cicaleccio. Il primo taglio della barba era per i romani un rito di passaggio dalla pubertà alla virilitas, tanto che la prima lanugine veniva spesso conservata, tipo il nostro dentino da latte. Come sperimentiamo tutt’ora, anche la peluria facciale aveva le sue mode e se Giulio Cesare non si sarebbe mai presentato in pubblico non rasato, nel II sec. d.C. l’imperatore Adriano (grande hipster dell’antichità) introdurrà a Roma la moda della barba, alcuni dicono per nascondere una brutta cicatrice causatagli da un tonsor incapace. Altra rivoluzione di look di matrice adrianea è quella dell’acconciatura a riccioli, realizzati con ferri scaldati al fuoco, delle piastre ante litteram. Di questa moda ci danno testimonianza numerosi ritratti

Essa inoltre ebbe fortuna anche tra i suoi successori, ad esempio l’imperatore Marco Aurelio, famoso per il suo cameo nella pubblicità della Fiesta.

Per le donne invece si trattava essenzialmente dell’acconciatura (anch’essa variabile a seconda della moda) e del trucco. Quest’ultimo, in particolare, era assai variopinto sicché la faccia della nobile matrona più avvenente era più rassomigliava a un campionario Pantone: bianco sulla fronte e sulle braccia, rosso su i pomelli e sulle labbra, nero sulle ciglia e sul contorno occhi.

Al prossimo appuntamento! Salvete et valete!

L'ora di latino

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alepuntoacapo

maestrino dalla penna rossa che vede sempre il bicchiere mezzo pieno (preferibilmente di gin tonic), strenuo difensore dei valori fondanti della cultura occidentale impersonati dalla poesia omerica e dalla discografia di Raffaella Carrà, ricercatore di antichità per passione e per professione, ho la chioma celtica, il nome greco, il cognome ebraico, ma qui vi parlo di latino.
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