Milano + Moda = esaurimento nervoso

Lavorare nel mondoh della modah fa rima con esaurimento. Per carità, non è mia intenzione paragonare questa attività a occupazioni molto più nobili o difficoltose. C’è da dire che certamente non fa sudare, non fa impugnare una cazzuola, né fa scendere in miniera con il cappellino giallo dotato di luce integrata. Non mette nemmeno in contatto con escrementi animali (anche se spesso, però, questi ultimi hanno forma umana), né con condizioni climatiche difficoltose, né con operazioni a cuore aperto in grado di salvare vite. In tutta onestà, però, lavorare a Milano è in generale faticoso: orari devastanti, tutti sempre di corsa, deadline massacranti, testa bassa e olio di gomito. Non è certo mia intenzione, nemmeno in questo caso, sottintendere che in altre parti d’Italia si lavori meno ma, avendo amici lavoratori sparsi per l’Italia, ho avuto modo di constatare che effettivamente in altre città i tempi sono molto più dilatati, la pausa pranzo dura almeno due ore e spesso la si trascorre a casa (o al mare) e vige un clima generalmente più rilassato. Cosa che ovviamente approvo incondizionatamente. Non stiamo qui a parlare delle più recenti ricerche secondo cui lavorare meno fa produrre di più, perché a quanto pare Stakanov è nato in piazza Vetra e noi non lo sappiamo. Ho il vago sentore che la situazione adesso è questa, e questa sempre sarà. Bisogna essere onnipresenti, disposti praticamente a tutto (perché, si sa, la regola è questa: ci sarà sempre qualcuno più disponibile – e più disperato – di te), perfetti (anche, e soprattutto, esteticamente), servizievoli e capaci di porgere evangelicamente l’altra guancia. La sensazione di impotenza, soprattutto se si è agli inizi, è tale da sentirsi in una prigione tale da fare apparire invidiabile la situazione del (ex) fidanzato di Corinne “Sclery”.

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Se lavorare a Milano è dura, lavorare nella moda a Milano è ancora più dura. Nella mia breve (ma sfolgorante) carriera, tra me e la pace nel mondo si sono spesso frapposti svariati elementi che hanno tutti indistintamente e palesemente congiurato contro la mia felicità-sanità mentale-cristianità. In primis, i colleghi le colleghe. Le donne, si sa, quando vogliono possono essere peggio dei serpenti. E il fatto è che, in tutta onestà, quasi sempre vogliono. Se potranno metterti i bastoni tra le ruote, puoi giurare che lo faranno. Se potranno sorriderti davanti e maledirti dietro, potete scommetterci che non perderanno l’occasione. Se potranno scavalcarti, rifilandoti una bella sòla e prendendosi la fetta migliore della torta, anche in questo caso, si tratta di un’equazione quasi sempre matematica. Scordiamoci una volta per tutte le lacrime di felicità delle seconde arrivate a Miss Italia per la neo reginetta, scordiamoci le alzate millimetriche perché Francesca Piccinini metta a segno il punto della vittoria, dimentichiamoci una volta per tutte il mito per cui siamo donne e siamo solidali e oltre le gambe c’è di più. Il cazzo. La verità, nuda e cruda, è che quanto più sei giovane, scaltra, carina e intelligente, più sarai odiata dal gruppo. 

Un altro fattore diametralmente opposto alla mia personalissima ricerca della felicità è l’aspirazione incondizionata da parte dellaggente alla perfezione. Chi lavora nella moda ha il dovere, non scritto ma non per questo meno imperativo, di essere presentabile. Ma non solo. Di personificare al meglio il valore, in termini aspirazionali, del marchio fighissimo che in quel momento si sta rappresentando agli occhi del mondo. Essendo, quindi, a propria volta fighissimi. Chi lavora nella moda è quasi sempre e inspiegabilmente di bella presenza. La magrezza – ma che ve lo dico a fare – è il canone sovrano che disciplina qualsiasi etica fisica declinata al femminile. Già la taglia 42 comincia a essere qualcosa di disdicevole, da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi a prescindere dalle motivazioni per cui la si abbia raggiunta. A nessuno importa se si è messo qualche chilo in più perché, non uscendo dall’ufficio mai prima delle 20, è di fatto impossibile fare attività fisica in settimana. A nessuno importa che tra una mattinata di merda e un pomeriggio di merda, l’unico inframmezzo in grado di rendere più sopportabile la giornata è una buona dose di carboidrati. L’importante è arrivare in ufficio toniche, preferibilmente agghindate da capo a piedi, con la messa in piega perfetta e una french manicure impeccabile.

L’assenza di uomini Alpha è un altra variabile che, come già confessato, alimenta quotidianamente il mio disagio nei confronti della moda. La penuria di cromosomi realmente Y, di uomini che non abbiano Grindr sul cellulare, che non passino le domeniche sere al Borgo, che non mangino pasta Del Verde e che soprattutto mi guardino il culo è una cosa che, se umanamente mi arricchisce un sacco, sessualmente mi deprime. Sono stanca, esausta e mortificata dal vivere in una città in cui gli uomini non mi broccolino, ma si lumino l’un l’altro. Sono stanca di non ricevere avance da quando ho iniziato a lavorare, perché se di fatto passo le giornate in ufficio, chi mi dovrebbe broccolare se non i colleghi della moda. Sono assolutamente piena di non poter usare tutto il mio charme farla annusare a destra e a manca per ambire a posizioni migliori o, semplicemente, per avere quello che voglio (anche piccole attenzioni o sorrisini o strusciamenti sotto la scrivania, insomma qualsiasi cosa che mi ricordi almeno una volta di essere una stramaledetta donna, come cantava Carmen, con la D maiuscola).

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Il rappresentante supremo dell’infelicità è, ovviamente, la figura del capo. Non parlo del mio, che è meraviglioso e unico (ehi, mi leggi? La quattordicesima è alle porte!), ma di tutti i manager che vedo intorno a me e che trattano i loro sottoposti come fossero relitti dell’umanità. Il battesimo di fuoco che di norma non risparmia mai nessuna new entry prosegue via via con mansioni molto vicine a quelle della mia signora delle pulizie o di un tuttofare, e prevedono di norma l’uso assiduo della fotocopiatrice, della macchina per il caffè e della bestemmia facile. A quanto pare, l’anzianità è un requisito sufficiente per trattare i più giovani come si tratterebbe un nervetto di grasso in una fetta di prosciutto crudo. Non conta chi sei, come hai raggiunto il tuo ruolo, cosa hai fatto per meritarlo, e soprattutto, con quali meriti riesci a mantenerlo, l’importante è fare ogni giorno atti di nonnismo.

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Visto che il mio omeopata mi ha detto che ho qualche problema di fegato il fegato a puttane perché, a parole sue, immagazzino la rabbia senza esternarla, giuro qui davanti a tutto il mio folto pubblico (e anche a quello del Twittè) che il momento in cui mi renderò protagonista di una scenata in grande stile si sta avvicinando velocemente. Siamo a Milano e non in Campania, ma una scenata napoletana degna di Mario Merola al prossimo giro giuro che non la risparmio a nessuno.

Tua mamma veste Prada

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Chiara Ferraglia

Quello che dovrete sapere di me ve lo imparerò strada facendo: vi basti sapere, come tratti salienti, che negli anni ho sviluppato una dipendenza nei confronti della liquerizia, che disprezzo a prescindere chiunque dica 'melenzane' e che provo un sentimento ambivalente nei confronti di qualsiasi cosa.
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