Miss Piggy ritardataria

I segni di terra sono tre: capricorno, toro e vergine. E io, capricorno nato il primo di gennaio e ascendente acquario, degli altri due, vado particolarmente d’accordo con la vergine.

Non che con il toro non mi ci prenda proprio, per carità: è che tutte le persone incontrate, nate sotto questo segno, sono permalose e hanno modi di fare un po’ troppo assertivi.

Quando mi si ordina qualcosa, mi sento infastidito e, spesso, in antagonismo. Il modo migliore, invece, per tenermi in pugno è quello di responsabilizzarmi o di farmi sentire la sofferenza e il disagio che una mia mancata azione potrebbe causare. “Ti prego, sono in difficoltà” è milioni di volte più efficace di “Vedi di darti una mossa con quella valigia”.

Miss Piggy, che del toro ha tutti i tratti, ha davvero fretta: secondo quanto dice il filippino, ha già perso l’aereo. O forse anche più di uno.

Sono ore che partecipo silenziosamente a questo giochino e, diciamocelo francamente, comincio a esserne un po’ stufo. Vorrei ricordarle che l’appuntamento alle 14.00 era fissato per un colloquio, mentre ora sono le 19:30; ho fatto su e giù per la città rispondendo a quattro telefoni, ho fatto più commissioni di Enzo Miccio in una puntata di Wedding Planner e ci mancava solo che andassi in obitorio al posto suo a riconoscere il corpo della cugina ripescata nel Lambro. Ma non ho ancora parlato di un contratto, di mansioni, di contributi al fondo pensione per assistenti di celebrities.

“Prendi la valigia e infila tutta quella roba”, ordina Piggy che corre da una parte all’altra della casa senza un apparente motivo: i capelli sono più biondi che mai e le cadono sulle spalle in dolci onde ed è già truccata alla perfezione come se stesse per entrare in scena; ma se qualcuno si aspettasse che, almeno per casa, giri in tuta da ginnastica con le macchie di unto, si sbaglia di grosso. La cosa più comoda che possa indossare è un Tampax, ma temo che anche quello avrebbe degli strass da qualche parte o, in fondo alla cordicina, un pon pon in pelo di coniglio. Comunque, per dovere di cronaca, s’è tuffata di testa nel solito tubino nero di raso che accentua le sue forme. E il suo coraggio.

Guardo “tutta quella roba”, guardo il filippino, guardo la valigia: in questa scena c’è qualcosa che non torna.

Il trolley rosa – di una nota marca dozzinale che non posso nominare, altrimenti mi becco una denuncia pure da questi signori – può essere definito tale solo perché ha due rotelle, altrimenti verrebbe messo a catalogo come “piccolo beauty da viaggio”.

“Tutta quella roba”, invece, è il guardaroba di un’intera stagione e, assieme agli abiti, comprende un numero imprecisato di shopping bag mastodontiche, quelle del più spesso cartone che si possa produrre. Già, perché lei vuole anche i sacchetti. Mi sembra logico, no?

Guardo il filippino con occhi di terrore e gli dico che secondo me “Non ce la faremo mai”. Ma lui è abituato a ben di peggio e mi risponde “Seniola no vuole sentile che no ce la fai”.

Iniziamo, così, a piegare tutto con una precisione che nemmeno se avessi fatto il servizio di leva nella tintoria del centro commerciale Bonola e, capo dopo capo, sembra che l’impossibile si trasformi in realtà: “Fantastico, siamo dei grandi” esulto guardando il filippino. Ma il suo sguardo è sadico come quello di colui che, dopo anni di vessazioni, sa che qualcun altro molto presto sarà vittima dello stesso destino.

“No, seniola vuole anche quelli” dice indicandomi i sacchetti dello shopping.

Oh cazzo.

Cerco in tutti i modi di accartocciarli, di farli su in qualche modo; salto con le ginocchia, vado giù di gomito e mi sdraio come in una presa di wrestling ma non c’è nulla da fare: in quel trolley non ci starebbe nemmeno un numero di Top Girl.

“Avete finito? Presto, devo scapicollarmi”, si lamenta la Miss.

Il filippino è pronto a godersi la scena.

“Vedi Piggy, mi spiace, ma le leggi della fisica ci sono avverse”.

“Non ho capito”.

Cosa non le sarà chiaro, mi interrogo: la parola “fisica”? forse “avverse”? Oppure è l’intero periodo a lasciarlo perplessa?

“Comunque non importa” – prosegue – “metti tutto dentro e scapicolliamoci”.

Così, mentre è in bagno a dare l’ultima occhiata al suo aspetto, getto nella spazzatura i sacchetti di cartone, piego quei quattro ultimi stracci e, grazie al mio e al peso del filippino, la valigia si chiude.

Resta fuori il laptop, ma quello se lo può tenere in mano. E se non le va bene, che se lo infilasse su per il, per il, va beh, ci siamo capiti.

E a proposito di laptop, in tutta la mia vita non avevo mai visto una custodia double face simile: visone bianco per il lato invernale, paillettes argentate per quello estivo. Sfido qualcun altro su questo pianeta a essere più diva di Miss Piggy, a parte forse J-Lo.

Sono le 20:20 e siamo ancora in auto: il suo volo da Linate parte alle 20:50 così chiede all’autista se non esiste un modo più veloce per attraversare la città. Mi vengono in mente cose come teletrasporto, sirena dall’ambulanza o “cazzi tuoi che sei sempre in ritardo”.

“Corri a farmi impacchettare la valigia, ti aspetto nell’area lounge”, mi dice porgendomi quella solita pulciosa banconota da 50 euro.

Così, mentre lei sta nel club Freccia Alata a ingollare più noccioline dell’elefantino Dumbo, io smadonno con un ragazzino brufoloso che pare sia al suo primo giorno di lavoro alla macchina imbozzola valige. Dopo dieci minuti, il trolley di Miss Piggy non sembra un cotechino sottovuoto, ma una palla di cellophane verde fosforescente che nemmeno lei, una volta a casa, riuscirà a liberare. Ma tant’è, ha già un piede sulla scaletta che non posso permettermi di tardare oltre.

“Sono 12 euro. Non hai un pezzo più piccolo” mi chiede il poveraccio guardando la schifosissima banconota da cinquanta: occorrono altri dieci minuti perché lui faccia il giro di tutto l’aeroporto per trovarmi il resto.

Miss Piggy è impaziente come solo Saw l’enigimista può esserlo di torturare la prossima vittima: sta perdendo un altro aereo e tutto per colpa mia.

“Dammi sta valigia, và”.

“Ecco il tuo resto e fai buon viaggio”.

“Tienilo pure, per le prossime spese. Ci sentiamo”.

E mentre fugge in direzione del gate, mi chiedo “come sarà andato il mio colloquio”?

Miss Piggy

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Valerio Canevaro

Soubrette d'indole, copywriter per professione, sono come la traccia fantasma in un album di Paola & Chiara: pochi ci arrivano, meno mi amano.
Cresciuto con la speranza di scoprire una parentela con almeno uno dei Ricchi e i Poveri, ho sempre studiato poco e bevuto molto. Non posso vivere senza i miei gatti e almeno 50 gocce di Xanax al giorno. Disoccupato in amore, freelance per lavoro, astigmatico all'occorrenza, la mia vita è pericolosamente simile a una soap opera argentina doppiata in bresciano.
A sette anni sapevo fare la spaccata, a venti la french manicure bendato, a trentacinque più un cazzo. Nel futuro vorrei condurre una maratona benefica che unisca la raccolta fondi alla forma fisica: 30 ore per la vita. 40 per i fianchi.

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