Miss Piggy sex symbol

Si ricorda che i fatti non sono reali e il personaggio inventato. Non c’è alcun nesso tra  Miss Piggy e qualsiasi personaggio pubblico esistente. Anzi, se il manager di qualcuno stesse leggendo, sappia che non ho soldi, così, tanto per.

C’è lo stile classico, quello moderno, il country, il minimalista. Beh, casa Piggy non è nulla di tutto ciò. Se Anna Oxa andò a Sanremo nel 2006 col brano “Processo a me stessa”, Miss Piggy potrebbe tranquillamente partecipare al Salone del Mobile con lo stile “Monumento a me stessa”.

Varcando la soglia mi trovo immediatamente nel suo salotto; sono una persona attenta ai dettagli, per carità, ma anche l’occhio meno allenato cadrebbe subito sul primo elemento apprezzabile: giace sul tavolino, appoggiato con finta noncuranza – come se qualcuno lo avesse appena terminato di leggere –  il suo best seller tradotto in tre o quattro lingue morte sulle tecniche di seduzione. Perché, se ancora non l’ho menzionato, Miss Piggy è convinta di essere un’icona sexy.

A questo punto bisogna essere sinceri e ringraziare anche il Signore che non abbia alcun particolare talento perché, a mio avviso, la sua forza di volontà, unitamente a un ego in adamantio, riuscirebbe a piegare la volontà di chiunque – come fa Giucas Casella con i cucchiaini – fino a diventare la sovrana indiscussa dell’universo. Non è in grado di fare nulla, eppure fa tutto: la soubrette, la scrittrice, la stilista, l’arredatrice; ci manca solo che esca una linea di elicotteri militari firmati a suo nome e siamo veramente a posto.

Comunque sia, la cosa che mi cattura di più in quel soggiorno è il divano. Bianco, angolare, come se ne vedono tanti, certo; se però non fosse coperto dalla folta pelliccia della mamma dell’orsetto Knut. Pelo bianco, folto, massiccio, è adagiato come un banalissimo copri divano. Bello, verrebbe proprio voglia di buttarcisi sopra, fare l’amore davanti al fuoco mentre fuori nevica. Ma siamo a Milano, è fine maggio, c’è un caldo anomalo e non vorrei di certo mettermi a fare porcherie sul cadavere di un orso con il domestico cingalese.

Piggy e il parrucchiere stanno discutendo di qualcosa che non suscita in me alcun interesse. Mi dedico, quindi, alla contemplazione di un dipinto che sarà alto almeno un paio di metri per un metro di larghezza; niente paesaggi, schizzi di vernice o una scena rinascimentale: a essere ritratta, logicamente, è lei, in posa sexy. Ammetto che l’autore è riuscito a renderla fedele all’originale come fattezze ma anche trasferendo al dipinto quell’orribile sensazione di un personaggio fuori luogo.

“Valerio”, mi chiama dalla camera, “vieni che ti spiego”. Una stanza da letto normale la sua; non vi è nessun baldacchino o elemento bizzarro, “Ora devi fare un po’ di commissioni. Vai con l’autista, porta con te tutti i telefoni e rispondi sempre. Prendi l’agenda e fissa appuntamenti”.

Prima tappa: negozio di telefonia. L’artista non riesce a configurare uno dei quattro cellulari per ricevere mail.

L’autista è un ragazzo simpatico e disponibile e subito mi mette in guardia dal mostro e dai suoi capricci. Mentre mi racconta la fine che hanno fatto i miei predecessori (suicidi, abusi di tranquillanti, cliniche psichiatriche), il telefono con milioni di strass rosa e il monogramma MP suona all’impazzata.

“Pronto”?

“Piggy”?

“No, Valerio. Sono il suo nuovo assistente”.

“Ah. Un altro? E quello precedente che fine ha fatto? Mangiato dai coccodrilli del bioparco”?

“Uhm, non saprei”.

“Sono la duchessa”, e qui parte tutto l’albero genealogico di una donna blasonata che ormai di aristocratico ha solo quattordici cognomi, “dovrei parlare con lei per la comunione della piccola Sharon. Mi ha promesso che avrebbe partecipato e la bambina ci tiene tanto”.

Come fa una bambina di dieci anni a tenere tanto che un cetaceo come Miss Piggy partecipi alla sua Santa Comunione? Che fine hanno fatto Justin Bieber e gli One Direction?

Mentre sostengo mille conversazione telefoniche contemporaneamente, raggiungo il corner dell’assistenza nel negozio di telefoni.

Il tecnico mi chiede il codice WAP, account e password che, ovviamente, non ho. Così, mentre il cellulare col fagiano impagliato che ciondola suona continuamente a sua volta, devo disturbare Piggy per farmi dare tutti i dati.

“Non ho tempo per queste cose, chiama Maurizia e fatteli dare”. Click.

Ottimo: chi cazzo è Maurizia?

“Chi parla”, rispondo al cellulare col fagiano.

“Pronto”, risponde un noto coreografo, “cerco Piggy”.

“Sono Valerio, il suo nuovo assistente”.

“Ah, di nuovo? E l’altro? Ucciso dalla mafia russa”?

“Uhmm, a dire il vero non saprei”.

“Ho bisogno di sapere quando può venire alle prove”.

Le prove de che? Questa balla ancora? Apro l’agenda: un vero casino. C’è scritto di tutto e non ho idea di quali siano le priorità della showgirl. Le prove di ballo di una trasmissione saranno più importanti del trattamento sclerosante per i capillari delle gambe? Se spostassi, per esempio, i funerali di Funari e in quell’ora mettessi l’intervista con Jo Squillo?  In qualche modo faccio.

Ma fare l’assistente di Miss Piggy comporta saper comprendere al volo, capire, scegliere e agire. Soprattutto fare cento cose alla volta. Infatti, mentre prendo appuntamenti, tengo a bada il tecnico dei cellulari e mando giù una pastiglia di Supradyn, cerco sulla rubrica e chiamo questa Maurizia.

“Pronto, Maurizia”?

“Sì”.

“Sono Valerio, il nuovo assistente di Miss…”.

“ ‘Namo bbene. ‘Ndo cazzo sta l’artro”?

“Come dice prego”?

“Che fine ha fatto l’artro, ce senti? Me deve 15 euri”.

“Temo si sia gettato sotto i binari del tram”.

“Va beh, che voi”?

“Codici e password del telefono di Miss Piggy”.

“Quale? Ce n’ha dumila”.

“Quello tempestato di brillocchi”.

“Aò, so tutti così bello. Stamme a sentì, nun c’ho tempo da perdere. Che per caso c’ha scritto MP”?

“No, è solo rosa e brilla come una specie di palla da discoteca”.

Ovviamente non posso fornire dati – anche perché sebbene sia tutto inventato, non si sa mai – ma account e password non sono il solito nome.cognome o data di nascita della nipotina: è qualcosa come “bionda sexy” o “glamour.seduction” o “fascino galattico”. Comincio a pensare che sia malata.

Il tecnico non riesce comunque a entrare nel sistema operativo quindi mi suggerisce di andare a fare il resto delle commissioni e di tornare per sera.

Prossima tappa: azienda che fa orologi dozzinali di cui fanno anche le televendite. Devo ritirare il prototipo di un orologio fatto apposta per lei.

Ma proprio quando mi trovo negli uffici, in Duomo, mi chiama.

“Valerio, dove sono finiti i miei 50 euro”.

“Te li ho ridati, le sigarette le ho pagate io”.

“Non è vero, qui non ci sono. Non sopporto la gente disonesta”.

“Scherzi, vero”?

“Qui non ci sono”.

Fermi tutti: questa stronza mi sta dando forse del ladro?

“Sono quelli tutti rovinati”.

“Ah si, eccoli. Beh, spicciati a portarmi l’orologio”.

Mavvaffanculo.

“Eccomi” – sono di nuovo a casa sua – “Mi hanno detto di dirti che è solo un prototipo e che non funziona”.

“In che senso”?

“Che non funziona. Lo devi solo indossare”.

“Cosa me ne faccio di un orologio che non funziona”?

“Lo indossi quando esci, ti fai fotografare e loro ti danno una sacco di soldi”. Semplice, no?

“E il mio telefono”?

“Lo stanno ancora sistemando”.

“Sì, ma io ho fretta. Vai a riprenderlo e intanto passa dal calzolaio a farmi sistemare questo”. Mi mette in mano un beauty di cartone rosa brandizzato col logo della sua maison: mai visto nulla di più dozzinale.

Dal calzolaio.

“La prego, sistemi al volo la serratura di questa schifezza”.

“Guardi, non me la sento. Se provo a sfilare la vite, si rompe tutto”.

“Lei non capisce: se torno e il beauty non è a posto, quella mi costringe a lavarle i pavimenti con i capelli. Attenda un attimo, è lei al telefono”.

“Vieni subito qui, ho bisogno dell’autista”.

“Facciamo così: nel frattempo glielo lascio e lei prova in qualche modo, ok”?

Sua Onnipotenza deve andare a fare la doccia solare e deve essere accompagnata in auto, perché il suo solarium preferito sta a circa 23 metri da casa.

Ha fretta e io più di lei: deve essere a Roma in serata e devo ancora ritirare il beauty e il telefono.

Il calzolaio, grazie al cielo, risolve il problema per soli 35 euro; ci riesce anche il tecnico per una somma modesta, pari a 70 euro. E dato che non ho un fondo cassa, pago io.

“Eccomi, sono tornato”.

È in camera e mi dice qualcosa che non capisco bene. Mi sembra abbia detto “Vieni”, così apro la porta: è nuda, di spalle, chinata a raccogliere qualcosa. Quel culo è per me ancora oggi come la gita in prima elementare alle grotte di Toirano: un incubo indelebile.

“Cosa fai?!! Esci immediatamente e preparami la valigia. Devo scapicollarmi all’aeroporto”.

Miss Piggy

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Valerio Canevaro

Soubrette d'indole, copywriter per professione, sono come la traccia fantasma in un album di Paola & Chiara: pochi ci arrivano, meno mi amano.
Cresciuto con la speranza di scoprire una parentela con almeno uno dei Ricchi e i Poveri, ho sempre studiato poco e bevuto molto. Non posso vivere senza i miei gatti e almeno 50 gocce di Xanax al giorno. Disoccupato in amore, freelance per lavoro, astigmatico all'occorrenza, la mia vita è pericolosamente simile a una soap opera argentina doppiata in bresciano.
A sette anni sapevo fare la spaccata, a venti la french manicure bendato, a trentacinque più un cazzo. Nel futuro vorrei condurre una maratona benefica che unisca la raccolta fondi alla forma fisica: 30 ore per la vita. 40 per i fianchi.

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