Miss Piggy stilista

Sono ormai due giorni che Miss Piggy non si fa sentire. È sicuramente viva, altrimenti il tiggì ne darebbe notizia: “Miss Piggy perde la vita per un attacco improvviso e fulminante di fame”.

Questa cosa m’indispettisce un po’, sono sincero: un conto è scegliere volontariamente di snobbarla, un altro è essere dimenticati fuori dalla porta, come un sacchetto nero dell’umido.

Penso che alla fine sia meglio così: è vero che sono a un passo dalla miseria e dalla depressione, ma il dorato mondo dello spettacolo, in fin dei conti, non m’appartiene.

Proprio mentre il mio cupo vittimismo ha la meglio, squilla il telefono: “Sono Fabio” – è quella specie di manager/faccendiere/cacciatore di assistenti che mi ha contattato la prima volta – “Piggy sta tornando a Milano e vorrebbe incontrarti nuovamente. Ti scriverà. Mi raccomando: le piacciono i tipi fashion”.

Io e “alla moda” non riusciamo mai a stare nella stessa frase senza che venga sottolineata di rosso dal correttore di Word.

Mi convinco che la camicia catarifrangente, il gilè da cameriere di pizzeria e i jeans strappati possano creare un insieme così distonico da confondere gli occhi e salvarmi dal giudizio implacabile della diva. Una sciarpina che sembra la benda elastica per la gotta come accessorio e il gioco è fatto, sono pronto. E quando uno si sente pronto, tutto il cosmo reagisce di conseguenza, nello specifico con un sms: “Raggiungimi in atelier alle 14.00. Baci Galattici. MP”.

La sua azienda di moda – dettaglio inventato, sia chiaro –  si trova in uno dei miei quartieri preferiti che ora non sto qui a descrivere perché non gliene può fottere a nessuno, a meno che i miei racconti suscitino solo l’interesse di urbanisti, architetti e agenti immobiliari. Consta di un loft con un grande tavolo da riunioni, due scrivanie e il gigantesco logo del brand in glitter che incombe su persone e cose.

Lei non è ancora arrivata – e che ve lo dico a fare? – e ad accogliermi c’è una donna che ha tutta l’aria di essere una governante: minuta, ma con un piglio da commando. Mi fa entrare senza curarsi di presentarmi le altre persone presenti: lo stilista, presumo, e una ragazza che non ho proprio idea quale compito possa svolgere.

Lo stilista lo è più nei modi che nei fatti, dato che la parola deriva da stile, ossia quell’elemento assente totalmente nella sua figura: indossa un paio di pantaloni così attillati da essere stretti per le zampe di una locusta e la trasparenza della camicia a stampa animalier non fa altro che gridare al mondo quanto poco sia corretta l’equazione eccentrico = figo. Non mi degna di uno sguardo ma poco male: muoio dalla voglia di guardare i bozzetti appesi alle pareti per sbirciare la nuova collezione della maison.

Penso solo che l’intera linea sembra disegnata per delle transessuali brasiliane che non avvertono il freddo e il senso del decoro.

All’improvviso faccio un salto come quando si è colti in flagranza di reato: la porta di metallo si apre di scatto ed ecco la showgirl.

“Fra un attimo parliamo” e così torno a essere un complemento d’arredo.

Piggy, che ancora una volta si presenta inghiottita da un mini abito come la vittima di un anaconda dell’Amazzonia, si scaglia immediatamente sullo stilista, accusandolo di aver scelto i tessuti sbagliati.

“Guarda il raso di questo tubino: sono anni che lo indosso e sembra ancora nuovo” – ma più che nuovo a me pare osceno – “ Quello cinese che hai ordinato tu, fa i pallini solo a vederlo”.

La piazzata va avanti per un po’, incurante del fatto che io sia in piedi e in forte imbarazzo. Strilla per la stampante a colori senza toner, le fa schifo l’idea di un bikini a collo alto, trova imperdonabile che quintali di strass siano fermi alla dogana: manca solo che tenti di fare una presa aerea con la ragazza muta e poi le ho viste tutte. O credo.

Il clangore della porta di metallo interrompe lo sketch e introduce un nuovo personaggio: una ragazza bruna, ben vestita, con tacchi vertiginosi e uno sguardo pronto a scagliare l’attacco solare di Daitarn III.

“Entra pure Melissa”, dice Piggy. Melissa mi squadra e intuisco al volo che mi trova inopportuno e malvestito.

Si accomodano al grande tavolo per le riunioni mentre la governante porta due tazzine di caffè. A loro. A me un cazzo.

“Ho fatto questo, ho fatto quello, arrivo dal mondo della moda, bla bla bla” – manca solo che le dica di avere una cugina in comune, mentre io ascolto immobile come un ficus benjamin nell’angolo nord del loft. La Miss parla di florido mercato americano, di vendite in crescita e pronuncia la parola glamour più volte di amen nella santa messa – “A noi serve una figura come la tua. Aspetta, scusa”, mette mano alla borsetta, prende il portafoglio e mi porge 50 euro così rovinati che nemmeno la zingara sul metrò accetterebbe – “Ti spiace andare a comprarmi le sigarette”?

Ecco i ruoli: io sono il suo nuovo schiavo, Melissa il suo prossimo direttore commerciale.

Le lascio parlare di strategie di vendita e spalline col velcro per mettermi in cerca di sigarette. Chiaramente la tabaccaia, inorridita dal sudiciume di quella banconota, non l’accetta perché dice sembrare contraffatta da un bambino di terza elementare, così mi tocca comprarle delle Merit di tasca mia. Da questo momento e per i prossimi appuntamenti fate bene attenzione a quei 50 euro e ai conti.

Tornando in atelier, scopro che Melissa è già andata via e Miss Piggy desidera andare a casa.

“Vieni con me”.

Casa sua sta poco distante dall’atelier e proprio sotto c’è un bar dove pare si rechi spesso.

“Tesoro, fammi una cotoletta con le zucchine da portare via”, si rivolge alla ragazza dietro il bancone. Sono già le 15:39 e dalla pausa pranzo è avanzato poco e niente.

“Mi spiace, abbiamo solo un hamburger col purè o, in alternativa, prosciutto e verdura cotta”.

“Ah va bene, allora una salsiccetta con le patate”.

“Temo che siano finite”.

“Il minestrone ce l’hai? Grazie, va bene quello” e lascia il bar come se nessuno le avesse spiegato un secondo prima che c’è solo l’hamburger col purè.

Va così: si fa come dice lei. E poi sono cazzi tuoi.

In ascensore siamo noi due e il suo parrucchiere/truccatore di 25 kg. Da vicino è ancora peggio di come pensassi: ha gli occhi  del coniglio in macelleria,  acquosi, assenti, inespressivi; zigomi e labbra sono decisamente fuori taglia e di parecchio.

“Ti spiego cosa devi fare mentre io mi preparo. Ecco, tieni questi”.

Prima che entri nel suo appartamento mi molla in mano quattro, ripeto, quattro telefoni cellulari: due ricoperti di brillantini rosa, uno con un fagiano impagliato che ciondola e uno normale, grazie al cielo.

Sarà un lungo pomeriggio, me lo sento.

Miss Piggy

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Valerio Canevaro

Soubrette d'indole, copywriter per professione, sono come la traccia fantasma in un album di Paola & Chiara: pochi ci arrivano, meno mi amano.
Cresciuto con la speranza di scoprire una parentela con almeno uno dei Ricchi e i Poveri, ho sempre studiato poco e bevuto molto. Non posso vivere senza i miei gatti e almeno 50 gocce di Xanax al giorno. Disoccupato in amore, freelance per lavoro, astigmatico all'occorrenza, la mia vita è pericolosamente simile a una soap opera argentina doppiata in bresciano.
A sette anni sapevo fare la spaccata, a venti la french manicure bendato, a trentacinque più un cazzo. Nel futuro vorrei condurre una maratona benefica che unisca la raccolta fondi alla forma fisica: 30 ore per la vita. 40 per i fianchi.

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