#OscarGoesTo: l’attrice protagonista

Actress

Quella degli attori è una categoria sotto profezia: o vinci tutto sicuro, o perdi finché muori. Ogni anno viene scelta una figura, riqualificata, passata dalle commedie demenziali ai film d’autore, dalla televisione spicciola al grande schermo, un sogno americano realizzato con difficoltà, un bulimico rinsavito oppure un attivista dei diritti africani – e da dicembre a febbraio, questo personaggio scelto, lo si riempie di statuette, che spesso poi vanno a comparire con le loro sagomine disegnate sulle locandine di film decisamente poco meritevoli – cito Penélope Cruz, vincitrice morale in Volver ma premiata per Vicky Cristina Barcelona, che ci servirà dopo – ma quando l’Academy c’è l’ha su con qualcuno non può succedere quasi niente perché la cosa cambi. E basta col tirare in ballo Leonardo DiCaprio che in fondo è stato candidato come attore solo quattro volte, in vent’anni, mentre ad esempio la povera Amy Adams nella metà del tempo ha racimolato una nomination in più ed è stata ovviamente estromessa, quest’anno, per Big Eyes, perché altrimenti sarebbe arrivata a quota sei e la prossima volta gliel’avrebbero dovuto dare per forza. I casi storici sono quelli di Glenn Close, sei nomine di cui cinque nei soli anni ’80, l’ultima per Albert Nobbs, film trans-friendly che si è scritta, prodotta e interpretata senza grandi successi; tra gli uomini Peter “Lawrence d’Arabia” O’Toole, otto nomination tutte come miglior attore protagonista e l’unica statuetta ricevuta è stata per la carriera.

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Oltre a Hitchcock e Kubrick c’era, nella lista nera, anche Julianne Moore: quinta volta con questa, ma per quattro anni: nel 2002 fu infatti candidata due volte, come protagonista per il queer-mélo Lontano Dal Paradiso e come non protagonista per il capolavoro, pure queer, The Hours; prima ancora aveva portato alla ribalta Fine Di Una Storia e il geniale quanto duraturo Boogie Nights. S’era detto, qualche anno fa, che I Ragazzi Stanno Bene l’avrebbe sicuramente portata all’ambita statuetta, altro lavoro lesbo, in cui le mise i piedi in testa la compagna Annette Bening che per la quarta volta non fu premiata (altra lista nera). Per la Moore non era arrivato mai nemmeno un Golden Globe, ha dovuto aspettare lo scorso anno e un film televisivo per salire sul palco, fino a questa stagione in cui, totalmente priva di concorrenza, complice anche il tema del filmetto che la propone, standing ovation per celebrare non tanto una performance quanto una carriera che brilla dall’esordio un-official ne La Mano Sulla CullaStill Alice racconta la precoce malattia degenerativa che colpisce un’insegnante universitaria moglie di un insegnante universitario e madre di due brillanti universitari e una wannabe attrice (Kristen Stewart) la cui abbiente armonia viene ribaltata a causa di dimenticanze galoppanti e smarrimenti fra le mura domestiche. È un filmetto per il pomeriggio di Canale 5 al sabato, quando la roba da stirare è troppa per rimandare ancora – ma i registi Richard Glatzer & Wash Westmoreland, coppia nella vita, hanno affrontato il tema con delicatezza e l’accuratezza di chi conosce la malattia, che ha colpito uno di loro. Non c’è quindi competizione quest’anno, come non c’era l’anno scorso con Cate Blanchett e non c’è quasi mai (l’ultima volta che io ricordi poteva avere la meglio Julie Christie su Marion Cotillard, candidata quest’anno per un altro film recitato in francese ma belga ed estromesso dalla categoria degli stranieri, in cui si sobbarca la pellicola intera sulle spalle, crollando spesso di stanchezza alla spasmodica ricerca di convincere i suoi colleghi di lavoro a rinunciare ad un premio aziendale per non essere licenziata – un mostro di bravura, di nuovo e senza gli orpelli de La Vie En Rose, e una nomination a sorpresa; e poteva essere in dubbio Meryl Streep quand’era contro Viola Davis, per The Iron Lady la prima e per The Help la seconda, diciassettesima nomination per la prima e seconda per la seconda, dopo che entrambe furono candidate insieme per Il Dubbio, opera magna che vedeva anche quell’Amy Adams inarrivabile che perse contro Penélope Cruz, e ritorniamo sopra). Altra malattia degenerativa altro film e Felicity Jones all’improvviso raggiunge Hollywood dopo tanti piccoli nastri indipendenti uno più bello dell’altro (recuperare Like Crazy assolutamente, che la fece avvicinare già a numerosi premi). Sarebbe lei la “seconda possibilità”, se una seconda possibilità in questa categoria ci fosse. Certo non Rosamunde Pike sempre a suo estremo agio sui tappeti rossi, unica rappresentate del film grande escluso dalla corsa, L’amore Bugiardo aka Gone Girl, che non ha ricevuto nessun’altra nomination – e forse sarebbe stata più giusta la colonna sonora di questa. Nelle vesti di una specie di psicopatica fintamente amorevole e devota al marito ma profondamente disturbata nel suo desiderio di vendetta (e di non essere filiforme), la Pike aggiunge una cattiva al suo lungo elenco di cattive dato il perfetto physique du rôle. E non credo di dover spendere parole su Reese Witherspoon, che è stata già miracolata una volta e questa volta copia/ incolla le nominations che il suo regista Jean-Marc Vallée aveva avuto l’anno scorso per Dallas Buyers Club, ma capovolte al femminile – con una inaspettata Laura Dern, nel senso che nessuno si aspettava venisse candidata come attrice non protagonista. Wild è l’unico di questi film non ancora uscito in Italia: presentato in anteprima a Torino dove ha chiuso il festival – e dove c’era pure La Teoria Del Tutto e il suo protagonista tanto elegante Eddie Redmayne – sarà nelle nostre sale il 5 marzo.

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Vincerà: Julianne Moore in Still Alice

Potrebbe vincere: nessun’altra

Dovrebbe vincere: Marion Cotillard in Due Giorni, Una Notte

Dovrebbe esserci: Anne Dorval in Mommy

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