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Il blog del Signor Ponza
Paola Folli

Intervista a Paola Folli: “Facciamo meno i radical chic nella musica”

Non è facile decidere da dove cominciare per raccontare chi è Paola Folli. Il nome potrebbe non essere noto a tutti, ma anche fra coloro che pensano di non conoscerla, potrebbero esserci molti che conoscono e riconoscono la sua voce.

Tra i traguardi più importanti raggiunti nelle ultime settimane, Paola può vantare la vittoria a X Factor (era infatti la vocal coach della squadra degli Over di Mara Maionchi, della quale faceva parte il vincitore Lorenzo Licitra), una serata trionfale al Forum di Assago sul palco del concerto “finale” di Elio e le Storie Tese, e una cattedra al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano come docente di musica pop.

Tanti potrebbero ritenersi soddisfatti già così, ma il curriculum di Paola Folli sembra non finire mai: cantante solista, cantante in un gruppo jazz, corista, produttrice vocale, vocal coach, doppiatrice, speaker e insegnante, con all’attivo collaborazioni con i principali artisti italiani e con i più celebri personaggi dello spettacolo; la sua agenda non conosce praticamente quasi mai la parola “pausa”.

Abbiamo incontrato Paola Folli nella sua scuola di canto, tra una lezione e l’altra, per conoscerla e farvela conoscere meglio. A cominciare da un altro dei suoi più recenti traguardi: diventare una statuetta del presepe!

Signor Ponza – Tra le tante soddisfazioni che ti sei tolta nella tua carriera puoi aggiungere ora un ulteriore traguardo: far parte del presepio di Elio e le Storie Tese con una statuetta che ti ritrae. Che effetto fa?
Paola Folli – Avere una statuetta ovviamente mi da una grande gioia. Significa innanzitutto che faccio ufficialmente parte del presepe di Elio e le Storie Tese, ma sono anche contenta perché porto la frutta (cibo sano) e poi anche perche’ mi hanno fatto magrissima!

Paola Folli presepe Elio e le Storie Tese

A proposito: come si realizzano le statuette? Prendono una tua foto? Oppure ti fanno posare davanti a uno scultore di statuette?
Cerco di spiegartelo per come l’ho capito! Per realizzarla ti fanno fare prima una scansione in 3D. Ti fanno sedere e devi stare ferma, immobile. Una fatica! (Ride) mentre una macchina ti gira intorno per costruire la tua proiezione tridimensionale che poi prende vita sul computer. È stata veramente una bellissima esperienza.

Ed è stata solo una delle tante che hai vissuto con (o “per colpa di”) Elio e le Storie Tese, con i quali ormai collabori da tantissimi anni, sia nei loro dischi, sia nelle performance dal vivo. Il gruppo ha annunciato lo scioglimento dopo il concerto del 19 dicembre al Forum di Assago (e le ultime date live in giro per l’Italia). Come hai vissuto questo momento?
Malissimo. Perché più del 40% della mia “parte artistica” è su quel palco lì e dentro quel gruppo. Quando abbiamo iniziato le prove in vista del concerto del Forum, dopo pochissimi minuti ho realizzato che mi sentivo davvero bene, gioiosa, felice. Ora, dopo il Forum, mi aspetta il tour d’addio primaverile che, vista la risonanza avuta dopo la notizia dello scioglimento, sarà, credo, particolarmente intenso.

Elio e le Storie Tese Paola Folli Forum Assago Concerto Addio

Posso immaginare, alla fine è come far parte di una famiglia.
Non solo, ti dirò di più. Nel 2007 stavo affrontando un periodo molto difficile dal punto di vista personale: mia madre non stava bene e l’avrei persa poco tempo dopo. Mi trovavo in quei giorni sul palco degli MTV Days a Milano con Elio e le Storie Tese. In quel momento ricordo di aver pensato: “questo è il mio posto!”, perché mi piaceva davvero tanto il loro modo di fare musica e di fare spettacolo che non è affatto semplice e banale come invece alcuni “esperti” scrivono. E poi a me sono sempre piaciute le sfide! Nel 2008 è arrivata la chiamata di Rocco Tanica che mi chiedeva se volessi far parte del loro gruppo in modo stabile nei live. Per me era un sogno che si realizzava. Ho guardato il cielo e ho ringraziato mia mamma perché l’ho visto come un regalo da parte sua.

Che cosa significa far parte di un gruppo di artisti eclettici e “particolari” come loro?
È meraviglioso! Negli anni che ho passato sul palco con loro ho imparato più di quanto abbia fatto in molti anni di studio. Si suonano pezzi difficilissimi, si ha a che fare con personaggi davvero eclettici e stimolanti dai quali puoi imparare davvero tantissimo.

Però oltre al “dovere” sembra esserci anche un’abbondante dose di piacere. Durante i live ad esempio ci si diverte tantissimo e si ha l’impressione che sul palco succeda lo stesso. È davvero così?
Sì, è proprio così e tanto di questo divertimento viene da situazioni spesso improvvisate! Gli Elio e le Storie Tese sono dei geni! Elio poi appena sale sul palco si trasforma: non è solo un cantante e un musicista, ma anche un attore e un comico. E tutti noi di conseguenza ci trasformiamo. Lo spettacolo spesso cambia da una sera all’altra: se Elio ad esempio decide che vuole cantare dei pezzi tutti con la “r” moscia, lo fa. E ti ritrovi piegato a terra dalle risate. Serve anche molta attenzione, affiatamento e preparazione. Per questo nei primi due anni che sono stata insieme a loro salivo sul palco concentratissima con la paura di sbagliare. Ora sono sempre super concentrata ma mi diverto anche moltissimo!

Paola Folli scarpe Forum di Assago

Gli Elio e le Storie Tese sono stati sicuramente una bella palestra, ma hai collaborato (sia in studio che dal vivo) con tantissimi altri artisti italiani. Chi fra tutti ha lasciato un segno indelebile per la tua crescita come cantante?
Te ne dico tre, anche se molti altri hanno contribuito alla mia crescita artistica e personale. Il primo è Renato Zero che mi ha sempre colpita per come affronta ad esempio le prove. Pensa alla canzone Cercami. Quante volte l’avrà cantata? Ogni volta che fa le prove canta come se fosse la prima volta e come se fosse sul palco davanti al suo pubblico. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso! Una scuola incredibile! Nel 1998 invece ho aperto i concerti dei Pooh. Ogni sera scendevo dal palco e a turno ognuno di loro mi diceva in che cosa potevo migliorare nella performance live. Sono stati davvero molto generosi, soprattutto Red Canzian e Roby Facchinetti che sono stati per me praticamente come due docenti. Con gli Articolo 31 invece ho imparato a confrontarmi con un tipo di musica e un genere che non avevo mai affrontato prima di allora. Quel periodo lo ricordo davero con molto affetto…

Visto che abbiamo iniziato a viaggiare indietro nel tempo: quando hai capito che volevi fare la cantante?
L’ho capito abbastanza presto. A sei anni sono entrata in un coro della Chiesa guidato da un prete che era anticonformista e visionario. Amava molto la musica e ci insegnava anche la lettura degli spartiti. Facevamo due prove a settimana e grazie a lui ho imparato a essere disciplinata, a fare le cose con metodo e professionalità.

Quando hai capito invece che potevi vivere facendo la cantante?
Erano altri tempi: si poteva più facilmente decidere (e capire) che si voleva fare questo lavoro e guadagnare cantando. Ad esempio attraverso la pubblicità (ne ho fatte davvero tantissime), oppure attraverso i concerti live. Mentre ero studentessa di Ragioneria – sai, il famoso pezzo di carta – sono entrata  in un’orchestra che faceva serate di intrattenimento e questa è stata l’occasione per fare la famosa “gavetta” ed esibirmi tantissimo. In quel periodo c’era davvero tanto lavoro: alberghi, convention, locali. Ora in Italia la tendenza è veramente preoccupante visto che stanno chiudendo tanti luoghi culto della musica live e questo è davvero sconfortante.

Ti sei scoperta subito una leonessa da palcoscenico?
(Ride) In realtà all’inizio ero timidissima! Appena scendevo dal palco cambiavo completamente e non sapevo come comportarmi. Mi chiudevo in camerino e non uscivo neanche per bere un bicchiere d’acqua. Ad un certo punto ho deciso che dovevo superare questo limite e così mi sono iscritta ad una scuola di Recitazione: è stata la svolta. Infatti consiglio a tutti i miei allievi di fare teatro e danza. Ormai la musica si “vede”: bisogna saper stare sul palco, bisogna avere la consapevolezza fisica, posturale, dei propri movimenti… I giovani aspiranti cantanti dovrebbero capire che non basta mettere un video su Youtube e stare trincerati dietro il computer per essere un “Artista”, ma dovrebbero iniziare da subito a lavorare anche su questi aspetti. Nessuno vuole ascoltare (ma soprattutto vedere) un cantante che mentre canta sembra un paracarro!

Con noi di Signorponza.com sfondi una porta aperta! Ci siamo spesi più volte in difesa della musica pop sottolineando che le vere popstar sono anche immagine, ballo, capacità di stare sul palco. Non trovi che in Italia il “pop” inteso in questo senso sia considerato quasi musica “di serie B”?
C’è uno snobismo mostruoso su questa cosa. Sembra che un cantante per essere credibile debba per forza soffrire. Invece non dovrebbe essere così. Io ad esempio considero il pop come la danza classica: chi sa fare il pop può cantare tutto, esattamente come chi fa danza classica poi può avvicinarsi a tutti gli altri stili. Sembra ci sia una sorta di “embargo” verso le persone che sanno fare un po’ di tutto, cioè quelle che sanno cantare, recitare, ballare, suonare, intrattenere. Negli Stati Uniti per avere un minimo di successo devi saper fare bene almeno tre di queste cose. Lo si capisce anche dalla scelta dei brani: quando mi chiamano a fare la giuria per qualche competizione canora e trovo qualcuno che porta un brano di Mina nel 2017 – con tutto il rispetto per Mina che rimane sempre la numero uno – per me vuol dire che è rimasto a Mina, mentre avrebbe potuto esibirsi con una miriade di brani italiani e stranieri più attuali. È importantissimo non comportarsi come dei “radical chic” della musica.

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A proposito di snobismo e radical chic. Ci sono due eventi che noi seguiamo sempre con molta attenzione ai quali ai partecipato in vesti diverse: il Festival di Sanremo (hai fatto Sanremo Giovani 1997 e partecipato al Festival nelle “Nuove proposte” nel 1998, per poi tornare successivamente come vocal coach) ed Eurovision Song Contest (dove hai fatto parte della giuria italiana nel 2014). Secondo molti il “nostro” Sanremo dovrebbe prendere sempre più spunto da Eurovision per diventare più al passo coi tempi. Sei d’accordo?
Bisognerebbe “svecchiare”, sono d’accordo. E sottolineo che proporre una chiave moderna e più spettacolare come quella di Eurovision non vuol dire togliere spazio alla canzone, anzi! La si mette proprio al centro dello show. Il problema è che bisognerebbe dare l’organizzazione di Sanremo in mano a qualcuno di altrettanto moderno e che lo sappia fare. Confido nella direzione artistica di quest’anno!

Paola Folli

Se dovessi spiegare che cosa vuol dire fare il tuo mestiere, quello della vocal coach, come lo faresti?
C’è molta confusione su questa parola: vengono chiamate “vocal coach” tante persone che non lo sono. La parola “coach” significa “allenatore” che non vuol dire semplicemente “far fare il vocalizzo”. Significa lavorare con l’artista a 360°, non solo sulla tecnica, ma sull’interpretazione, l’analisi del testo, lo staging, ecc. Quando devo fare un “vocal coaching” su un album, o anche la parte di “produzione vocale”, mi faccio spedire i brani, li ascolto, li studio, cerco di capirne il significato, ne parlo con l’artista per lavorare sul testo e sulla parte interpretativa. Si lavora quindi sui “colori” e altri dettagli, ancor prima di andare in studio a registrare. Fare “vocal coaching” significa anche capire dove può arrivare e dove non può arrivare un cantante, per poi nascondere i difetti dell’artista, valorizzandone i pregi.

Non deve essere semplice lavorare in studio con gli artisti…
La parte in studio è importante, ma se è preparata bene metà del lavoro è già fatto. Io sono una che preferisce registrare pochi takes, in modo che il cantante non perda istintività, sia più fresco. Un’altra funzione importantissima del vocal coach è saper esemplificare, far capire all’artista che cosa si vuole ottenere in quel brano sia dal punto di vista vocale che emotivo.

Poi viene la parte live, delle esibizioni. Come si prepara?
Bisogna lavorare su tanti aspetti, inclusi la psicologia della persona e la capacità di gestire l’ansia e il momento cruciale che precede la performance. Una cosa che dico sempre ai ragazzi di X Factor, ad esempio, è quella di non guardare mai i video che vengono trasmessi prima che salgano sul palco perché spesso li distraggono tantissimo. Devono concentrarsi invece sulla respirazione e fare un ripasso veloce delle tre/quattro cose importanti del brano. Poi il resto, incluso il divertimento, se ci si è preparati bene, viene da sé.

Paola Folli Enrico Nigiotti Lorenzo Licitra

A questo punto qual è il tuo consiglio più importante per un aspirante cantante?
Il cantante è un mestiere facile e difficile allo stesso tempo. È facile perché lo strumento è sempre con te. E questo fa sì che spesso il cantante sia tra i musicisti più viziati in circolazione. Sali sul palco, apri bocca e… canti! Trovi tutto lì! Lo strumentista, già da piccolo invece, è abituato a investire sulla sua passione, vedi ad esempio il chitarrista che già a 4/5 anni chiede la chitarra e l’amplificatore per Natale… Difficile perché questa è un’arma a doppio taglio: non basta avere lo strumento. Il consiglio che posso dare è di non perdere la personalità e il proprio suono riconoscibile. Ai tempi del suo debutto, ricordo che alcuni criticavano Eros Ramazzotti per il suono nasale. Al di là del fatto che Eros è un artista meraviglioso, credo che oltre a questo sia stato proprio il suo suono a farlo diventare così riconoscibile e unico! Nel 2018 se non sei riconoscibile sei finito. E poi ovviamente serve la professionalità: ho visto il “making of” di un concerto di Beyoncé: lei non lascia nulla al caso, nulla! Si occupa dei minimi dettagli e infatti poi raccoglie i frutti del duro lavoro che ha fatto in precedenza. Oggi vedo tanti cantanti nuovi “improvvisati”  che non hanno nemmeno la minima idea di come sia questo mestiere.

Recentemente il giornalista Peter Robinson (quello del sito Popjustice, per intenderci) è uscito con un articolo che parla della nuova moda del “whisperpop”, ossia il pop “sussurrato”. Secondo te esistono le “mode” nel canto?
Certo ed esistono anche da noi. In Italia in questo momento c’è la moda della voce sporca. Il problema è che se la voce non è sporca naturalmente si rischia di danneggiarla. Insomma, non tutti sono Zucchero o Gianna Nannini, Steven Tyler o Bryan Adams!

In Italia niente sussurri?
C’è anche un po’ la moda del whisper, perché c’è questa idea che se canti in modo pulito vieni automaticamente associato ad un modo “vecchio” di cantare. Un’altra moda piuttosto diffusa è quella del/la “cantante mediocre che suona un po’ il piano e allora è brava/o”. Non e’ sempre così! In tutti questi casi mi collego a quanto dicevamo prima: l’importanza della “riconoscibilità”. Non conta seguire le mode, ma la capacità di essere “unici” e di emergere in mezzo a tanti.

Ricopri il ruolo di vocal coach a X Factor da diverse edizioni e hai visto passare tante mode e tanti talenti. Noi ci abbiamo provato qualche tempo fa a dire chi secondo noi meritava di più tra i concorrenti delle stagioni passate. Ti viene in mente qualche nome che ricordi più di altri?
Togliendo i vincitori ? Beh ad esempio gli Street Clerks per me avrebbero meritato di vincere la loro edizione. Poi ricordo molto bene il talento di Antonella Lo Coco, così come includerei nella lista gli Ape Escape, Davide “Shorty” Sciortino, Ilaria Rastrelli, Yendry e Cixi.

Siamo arrivati alla fine dell’intervista, ma abbiamo toccato solo una piccola parte di tutto quello che hai fatto nella tua carriera e fai tutt’oggi: sei una cantante solista, hai un gruppo jazz, fai la vocal coach (non solo in TV), curi la produzione vocale, hai fatto la doppiatrice, la speaker, sei un’insegnante e poi sicuramente altro che ora mi sfugge. Come si fa a bilanciare i diversi aspetti di questa professione?
Ho creato un corso che si chiama “L’albero del Canto” con un significato ben preciso: i cantanti per me rappresentano un tronco, nel quale ciascuno mette la propria arte, la propria “essenza”. Da lì si sviluppano i “rami”, che rappresentano tutte le sfaccettature della voce e come usarla per ogni tipo di disciplina artistica. Io per quanto mi riguarda mi sono sempre detta: “perché precludersi la possibilità di fare tutto?”.

Paola Folli


Le immagini nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook di Paola Folli, da sul suo sito ufficiale e dal sito di Elio e le Storie Tese.

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