Youth – La giovinezza: il più difficile nella carriera di un regista

Non ho mai fatto mistero di aver amato La grande bellezza e di aver goduto come un maiale gioito molto per la vittoria dell’Oscar. Era inevitabile dunque che andassi a vedere Youth – La giovinezza, il nuovo lavoro del regista Premio Oscar Paolo Sorrentino, senza però il Premio Oscar Sabrina Ferilli.

Youth racconta i giorni di vacanza sulle Alpi Svizzere di Fred Ballinger (Michael Caine), un direttore d’orchestra in pensione, insieme alla figlia Lena (Rachel Weisz) e l’amico di lunga data Mick Boyle (Harvey Keitel), regista cinematografico ancora in attività. Nel resort in cui alloggiano c’è anche un giovane attore (Paul Dano) che si sta preparando per la sua prossima parte e tanti altri personaggi “particolari”.

Al di là della trama, il film è una grande riflessione non solo sul tema della vecchiaia, ma più in generale di quel che lascia (o non lascia) alle spalle il raggiungimento dello status di anziano. Ci si interroga sul rapporto coi figli, con la famiglia, con gli amici, con il futuro, con il passato, con la morte. E l’impressione che ho avuto alla fine del film è che Sorrentino sia riuscito ancora una volta nel suo scopo.

Il problema è un altro. Youth non convince fino in fondo, ma era anche abbastanza inevitabile che fosse così. “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista” cantava Caparezza. Ecco, il primo film dopo l’Oscar è sicuramente il più difficile nella carriera di un regista. Sorrentino aveva davanti a sé due scelte: la prima era quella di fare un film completamente diverso da La grande bellezza (esattamente come ha fatto Benigni con Pinocchio = ‘na merda), oppure fare un film che per molti versi ricalcasse lo stesso stile che gli è valsa la statuetta.

La scelta è ricaduta sulla seconda opzione, una scelta che rende inevitabile la comparazione con la pellicola precedente. Ed è proprio nel confronto con il film vincitore dell’Oscar che emerge qualche punto debole, sia dal punto di vista narrativo, sia dal punto di vista stilistico.

Per fortuna che c’è Paloma Faith a controbilanciare qualsiasi difetto.

Livello di SHAZAMMABILITÀ: alto. La colonna sonora è sempre uno dei punti di forza dei film di Sorrentino.

Livello di BONAGGINE DEL CAST: bassa. Direi che proprio no, se si fa eccezione per Miss Universo.

Quanto dura / quanto sarebbe dovuto durare: 110 / 118 minuti. In realtà non ho mai avuto l’impressione che il film fosse pesante, quanto piuttosto che alcune scene fossero ridondanti.

Mi devo fermare dopo i titoli di coda per vedere la SCENA NASCOSTA o posso andare direttamente a casa? Tutti a casa, è pur sempre un film impegnato.

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 4 Anna Praderio su cinque.

4 Anne Praderio

 

Ponzoscopio

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