Studio Aperto ha fatto scuola

Troppo spesso, io per primo, abbiamo sottovalutato il fenomeno Studio Aperto. L’abbiamo deriso, l’abbiamo descritto come l’esempio del giornalismo di basso spessore, senza renderci conto che ormai ne siamo circondati.

Ma che cos’è di preciso Studio Aperto? Un rotocalco? L’erede legittimo di Verissimo? Novella 2000 nella versione per il piccolo schermo? Niente di tutto questo. Quello che è nato come il telegiornale di Italia Uno ha in realtà definito un nuovo genere, unico e con innumerevoli tentativi di imitazione. Dove la notizia di stringente attualità politica diventa il contorno di fatti di cronaca della provincia che a mala pena trova spazio sulla stampa locale, che a loro volta sono l’antipasto per gli approfondimenti di gossip, per i servizi sul meteo e soprattutto per i reportage che sono costruiti con l’unico scopo di ingolosire il telespettatore, tra immagini ammiccanti di soubrette che hanno avuto i loro quindici minuti di celebrità o semplici seni nudi delle prime bagnanti della stagione.

E mentre noi eravamo lì con la puzza sotto il naso a sorseggiare i nostri Cosmopolitan, mentre prendevamo in giro le varie Silvia Vada, Benedetta Parodi e Patrizia Caregnato, il “morbo Studio Aperto” si diffondeva per il Paese arrivando a contagiare le redazioni più importanti e rinomate del Belpaese.

E come ci insegna Studio Aperto stesso, basta con le chiacchiere e le riflessioni inutili, lasciamo parlare le immagini (basta cliccare su un’immagine per far partire la galleria, leggere la descrizione e, perché no, anche commentare).

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